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Garcia Lorca, di Gabriele Morelli

 

21 Marzo Giornata mondiale della poesia – Perugia, libreria L’una e l’altra

melepereMartedì 21 Marzo, dalle ore 18.30, celebreremo anche quest’anno la giornata mondiale della poesia a Perugia.

Parleremo, tra l’altro, di Federico Garcia Lorca con il noto ispanista Gabriele Morelli, autore del libro.

Io parlerò di Terra e Libertà, due parole a mio giudizio fondamentali nella poetica del grande artista spagnolo

Estate – Song for Achille

achille

Ma il mare senza te non ha più il sale
Si concentra in un liquido cristallo
Sgoccia sopra la terra arsa di breccia
Tra una radice secca e calce non più viva
Scorre asciutto, evaso al non si deve
La lingua sa ma sente senza dire

Sul tuo passo ho misurato il tempo mio
Gli odori impercettibili braccati
Fino all’ultimo tuo angolo
Nel vuoto del mio ring
Combatti tu per me
Io spengo

Le mele e le pere – L’impossibile paragone fra le feste de l’Unità e quelle del PD

Young woman holding apple and pear in her hands, isolated on white

Si è appena conclusa a Perugia la Festa de l’Unità nazionale della Cultura del PD, mi è stato chiesto di occuparmi del programma per la parte regionale, ho accettato con onore, piacere e qualche riflessione a cavallo fra il politico e il personale.

La festa di Perugia ritorna a Pian di Massiano dopo tanti anni, praticamente là dove l’avevo lasciata.

Abbracciava tutto il palazzetto dello sport e ora si sistema al percorso verde, in un’area più frequentata, più bella sul piano estetico, molto più piccola sul piano degli ingombri.

5 ristoranti, 2 bar, 3 palchi, 17 giorni, 220 volontari, 20.000 pasti, una web radio ante litteram, cinema, teatro, cabaret, spazio giovani; questi i numeri della festa dei DS del 2007 prima di sciogliersi.

Il nome è lo stesso ma la sostanza è tutta diversa, il confronto è impossibile a meno di non voler scendere nel patetico. E non potrebbe essere che così visto che sono due espressioni di modelli di partito completamente diversi, pur essendo l’uno figlio dell’altro.

Valeva la pena per me che ero stato l’organizzatore dei “17 days” collaborare a questa festa della cultura? Ho pensato di si e non solo e non tanto per disciplina di partito ma per una serie di riflessioni politiche che ho fatto e che oggi divengono per me ancor più chiare e urgenti.

  • Il PD ha ucciso il padre, la sua mano è stata armata da un impeto violento del paese intero che ha scatenato sui partiti politici e sui loro simboli, la furia iconoclasta di un movimento antipolitico figlio di una crisi economica lunga e avvilente che ha messo sul ceppo la testa di partiti e istituzioni. Essi sono stati percepiti dalla maggioranza dei cittadini come due colonne uguali della stessa torre d’avorio. Le istituzioni si sono salvate (per ora) e con esse la democrazia, i partiti no. Non almeno nella forma organizzata che hanno avuto nel dopoguerra.
  • L’azzeramento dei finanziamenti e della struttura funzionariale, l’avvento delle primarie per la scelta dei gruppi dirigenti (con relativo azzeramento del valore politico del tesseramento), l’invecchiamento anagrafico di tanti storici militanti e non ultimo il definitivo abbandono dell’esperienza comunista e del suo spirito di comunità, hanno stravolto del tutto la natura antropologica dell’apparato. Pensare di tenerlo ancora legato a un cavallo come El Cid Campeador dopo morto, sarebbe solo un tragico, inutile espediente, un palliativo per curare la nostalgia con effetti nefasti anche sulla memoria e sul suo rispetto;
  • Mi interrogo, in questi mesi di divisioni politiche, sul fatto se abbia valso la pena o meno sul piano storico di tenere in vita l’apparato del PCI, con i suoi rituali, con le sue forme comunitarie in un partito che ne avrebbe rivoluzionato il ruolo storico e politico. Mi chiedo se esso non abbia avuto un effetto freno, un azione conservatrice e quindi non abbia minato dall’interno la spinta riformatrice degli anni ’90 che si è risolta, dopo più di vent’anni, con un buco nell’acqua sul piano storico. Per tanti anni la sfida di traghettare l’apparato verso la nuova sinistra è stata la mia sfida, a Perugia l’ abbiamo vinta contemperando per anni governo cittadino e spinte civiche, ma sul piano nazionale è probabile che sia stata uno dei vulnus della fallimentare esperienza della sinistra post PCI.
  • Non serve più a niente un partito senza apparato? E’ destinato a diventare un comitato elettorale o un incrocio di venti di varie correnti contrapposte e bloccanti? Credo di no e sono convinto di aver intravisto in questa festa regionale e nazionale della cultura di Perugia i fermenti di qualcosa di nuovo, un intuizione prima ancora che un progetto vero e proprio, qualcosa su cui investire impegno e intelligenza collettiva.
  • Finito il partito comunità deve per forza spegnersi anche il partito progetto? Abbandonata l’idea della differenza antropologica della sinistra e delle sue identificazioni simboliche con i miti contrapposti ante 1989 non c’è comunuqe la necessità di un luogo di incontro di intelligenze affini che si misurano sui problemi con competenza e lungimiranza? E’ davvero obbligatorio arrendersi al fatto che l’esercizio del coinvolgimento dei cittadini nei progetti politici sia da ascrivere alla sola partecipazione istituzionale? O non si disegna anche nel più libero esercizio del partito funzionale anche ad accogliere gli esclusi e a includere quel che la burocrazia ingessata delle istituzioni può lasciare fuori?

La festa della cultura a Perugia è riuscita  a mettere in campo almeno 3 iniziative politiche e culturali al giorno per 7 giorni: discusisoni su progetti di legge, presentazioni di libri di scenario politico, bisogni, criticità e progettualità regionale su danza, teatro, editoria.

Non mi sembra poco per un partito che ha voglia di rialzare la testa.

C’è del futuro in queste intuizioni bsogna solo avere più coraggio e cambiare modello con maggior decisione.

 

 

 

La scelta – un romanzo di Giovanni Dozzini – Nutrimenti 2016

imagesLa scelta è un titolo folgorante per un romanzo.

Quando in libreria ti piomba all’occhio un libro con un titolo del genere, la mano si allunga per afferrarlo, soppesarlo, guardarlo con cura e attenzione come se la scelta ci riguardasse, come se fosse un nostro problema prima ancora di sapere di che cosa si tratti.

Nella storia personale di tutti il peso di una scelta è, o ha rappresentato, un momento determinante della vita: il rimorso per una scelta sbagliata, l’ansia per una ancora da compiere, la certezza e la pena per un errore che ha segnato la nostra vita, l’orgoglio per averne azzeccata una, il peso della responsabilità se la scelta riguarda anche altri.

In un mondo che ha culturalmente perso fiducia nella capacità dell’uomo (inteso come intelligenza collettiva) di cambiare il corso degli accadimenti, nel mezzo come siamo di onda culturale “estetica” in cui, il ricorso all’aggettivo mitico mette al riparo (e a riposo), ognun nel suo intimo, dalla necessità di prendere decisioni, un titolo come La scelta inquieta e insieme richiama al senso di responsabilità e anche un po’ al senso di colpa forse.

Potremmo passargli lontano e di certo se incontrassimo questo libro per strada o al centro commerciale lo faremmo, come davanti a un banchetto per una sottoscrizione, ma la libreria è un luogo dove si va un po’ per farsi male, per fare quello che non si fa mai, che non si fa più, per essere quello che ci piacerebbe che fossimo quindi… prendiamo in mano il libro.

E’ una vicenda storica, questo già ci mette sollievo perché evidentemente qualcuno già l’ha fatta e non tocca a noi farla o prendere posizione.

E’ ambientata durante la guerra e coinvolge un gruppo di ebrei rifugiatisi a isola maggiore del Trasimeno, durante l’occupazione nazista e anche questa è una bella notizia, perché la scelta sembra facile. Chi non saprebbe chi scegliere fra nazisti ed ebrei?

Dopo l’ansia iniziale quindi, la situazione si fa interessante e non solo perché ci sentiamo un po’ in pace, non solo perché possiamo occuparci di una scelta a cuor leggero come di una cosa che interessa qualcun’ altro, che non ci riguarda, ma anche la fattura del libro è davvero rilevante, la copertina, la carta, l’attenzione al carattere di stampa. Insomma lo compriamo, ce lo portiamo a casa.

Gli umbri la vicenda, realmente accaduta, la conoscono; sono state fatte ricerche storiche e riduzioni teatrali di questi accadimenti ma l’ipotesi di un romanzo ci consente di approfondirla in una dimensione lenta, “estiva” nel senso di senza incombenze di tempo, fretta e altri mali domestici e quotidiani.

Il libro non delude, la scelta di comprare e leggere La scelta si rivela azzeccata, ci consegna momenti personali, “nostri”, ci permette di indignarci nel nostro intimo e di perdonarci per aver detto “ha fatto bene!” l’isolano che si ribella al capetto nazista che ispeziona casa per  non aver rispettato il lavoro fatto da sua moglie, con le sue proprie mani, calpestando ferri e gomitolo.

Quando per questo, per questa scelta, il padre di famiglia viene freddato con un colpo alla testa davanti ai familiari attoniti, allora capiamo che ci sono momenti della storia dove una parola detta o taciuta possono diventare di colpo, di un sol colpo, il velo di demarcazione che separa la vita dalla morte.

Le parole in certi momenti hanno più valore di una “leonata” da tastiera in un commento sui social, in certi momenti si muore davvero per un gesto di orgoglio e di libertà, si muore si, con le braccia abbandonate senza vita fuori dalla ringhiera del terrazzino di casa, si muore.

La vita sull’isola scorre lenta e tutta uguale, come se non si sapesse, se non lo sapessimo noi, se non lo sapesse l’autore, se non lo sapessero i protagonisti, che quelle giornate, quelle ore e finanche i minuti, stanno segnando la rapida e ineluttabile fine della guerra, il ribaltamento di ciò che è stato, forse la fine delle fortune dei gerarchi fascisti locali, dei furbetti e dei lacchè.

Gli isolani sono forse ignoranti ma sanno la verità, la dimensione circoscritta dell’isola sembra rendere facile la solidarietà e la vicinanza umana ma la paura del colpo di coda dei nazisti in ritirata si insinua fra gli abitanti, e anche la scelta più facile diventa pesante, diventa un momento in cui gli eroi sono null’altro che persone umane, di una umanità storica diremmo.

Chiudiamo l’ultima pagina del libro sollevati e contenti della piccola grande scelta di aver letto le pagine di Giovanni Dozzini che è narratore asciutto e ad emotività sorvegliata, sta sempre con noi Giovanni durante tutta la vicenda ma senza paternalismo e con grande leggerezza.

Bella storia

Non tutti gli uomini… femminicidi – evitare la guerra fra i sessi si può

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L’escalation dell’orrore, l’impressionante “burn the witch” a cui assistiamo dovrebbero essere affrontati con intelligenza e decisione promuovendo un patto fra donne e uomini, fra persone serie e rispettose ed evitando la guerra fra sessi tenendo conto che:

– la donna non è un ruolo sociale ma una persona libera

– i maschi non sono soggetti pericolosi da evitare o peggio da curare, tuttavia “ci sono anche i delinquenti non bisogna aver paura ma stare un poco attenti” L.Dalla

– bisogna mettere in fuori gioco la cultura dell’eroe “se è vero che un popolo non ha bisogno di eroi tantomeno ne ha bisogno una donna” autocit.

– l’amore è eterno finché dura, smettere di amare non può essere un reato capitale

– l’amore è condivisione e sostegno non competizione, una donna non è un oggetto da esibire

Taca Banda – Perugia pilota del progetto Open Fiber – Sfruttiamo il vantaggio

DSC_6994Perugia è pronta ad accettare la sfida di capitale digitale del paese.

In un mondo di progetti la <<decadenza della città>> concerne soprattutto forme rizomatiche inadeguate, <<le cattive reti>>“. Luc Boltanski

Essere città pilota del progetto Open fiber, che porterà la banda larga in tutto il paese colmando così, in pochissimo il divario digitale che vede l’Italia fanalino di coda d’Europa sulla dotazione infrastrutturale di un settore decisivo per lo sviluppo e la competitività, impone a tutti uno scatto di fantasia, di attivismo, di investimento e non solo di orgoglio e rivendicazione.

Vivere di solo orgoglio questi due anni di vantaggio ci condurrebbe infatti, al momento in cui il progetto prenderà piede nelle altre città del paese, a ritrovarci con un pugno di mosche e a usare l’enorme dotazione di banda solo nelle forme tradizionali e cioè per attivare servizi di accesso alle grandi piattaforme internazionali (TV e video giochi on line) con un paio di anni di anticipo rispetto al resto di Italia.

Non sembra granché rispetto all’opportunità offerta dal governo Renzi.

Altro invece, come si è cercato di fare con qualche successo lunedì scorso al Caffè di Perugia, è mettere al lavoro, allo stesso tavolo, l’ateneo, le scuole, il mondo dell’impresa e degli operatori digitali, il mondo delle istituzioni, la politica e il credito per sviluppare un prodotto a codice umbro che parli di Perugia città all’avanguardia nei servizi digitali.

Si è parlato di smart city, di fabbrica 4.0, di scuola e di didattica digitale, di spin off, di sicurezza informatica e di formazione di cultura digitale e di valore professionale.

Il tutto in un clima di concordia politica e nella piena consapevolezza, da cittadini, che attardarsi nella polemica o nella rivendicazione sarebbe una esiziale perdita di tempo, esattamente quello che non abbiamo.

Nella foto: Valeria cardinali, Giampiero Giulietti, Nicola Mariuccini, Marcello Suigo (Vodafone) Flavio Arzarello (PD Nazionale)

 

Turreno – quello che davvero manca alla città

Lunedi scorso al bar Turreno, a Perugia, abbiamo organizzato un dibattito importante per la città.

Si è parlato della storia e soprattutto del futuro di un prestigioso teatro del centro storico che da tanti, ormai troppi anni ha chiuso i battenti e che ha visto nella sua vita eventi di primissimo piano per la vita culturale della città.

L’incontro è stato proficuo e partecipato da tanti cittadini e soprattutto dalla gran parte degli operatori culturali e organizzatori di eventi della regione, tanto che l’assessore del Comune ha parlato di prima vera riunione per la partecipazione di questo progetto di recupero urbano.

Nei ricordi di tutti i perugini ce ne è almeno uno legato al Turreno; io personalmente ne ho tanti, nella relazione introduttiva di lunedi ne ho citato uno per tutti: il concerto di David Sylvian e Robert Fripp, organizzato da Sergio Piazzoli che ci ha lasciato proprio mentre si stava impegnando in prima persona per ritornare alla città questo spazio artistico ubicato nel cuore del centro.

La Storia

Il Turreno nasce come modesto teatro in legno e nel 1889 al cospetto di un notaio perugino si presentano l’avvocato Alessandro Bianchi e il Sindaco Rocchi che cede la proprietà del comune dietro l’impegno del Bianchi di realizzare un teatro di cui il comune si riserva l’uso dell’intera fila di mezzo dei palchi (il Turreno era un teatro a palchi nella prima metà del ‘900).

Negli anni ’50 gli eredi dell’avvocato Bianchi eseguono dei lavori di ristrutturazione, abbattendo la struttura a palchi per realizzare  la configurazione attuale e, con essa, il diritto d’uso del Comune che convoca, nella persona dell’allora assessore Ilvano Rasimelli, la proprietà inducendola a un indennizzo che prevede la donazione al comune di un terreno presso la Cupa su cui il comune costruirà un’area verde pubblica.

Oltre all’area verde il comune si intesta un nuovo diritto d’uso del teatro stesso consistente nell’assegnazione di due palchi il 4 e il 6 e di 10 + 10 posti di ogni spettacolo.

Nel 2009 dopo i fasti legati soprattutto all’uso del Turreno, da parte di Piazzoli con la sua “Canzone d’autore”, il teatro come detto chiude, lasciando in città un vero e proprio buco funzionale sul piano degli spazi.

Cosa manca in città

Ma cosa manca davvero a Perugia? Qual’era la funzione peculiare che non si riesce a ricostruire e a cui invece tutto il pubblico di cittadini, semplici appassionati e di tanti operatori culturali ha fatto esplicito riferimento?

Il Turreno era un luogo dove si potevano organizzare eventi di altissimo valore culturale e di medio alto richiamo poiché coniugava, l’ampia disponibilità di posti con una acustica perfetta che consentiva il perfetto godimento della musica, delle voci, degli spettacoli.

Dopo una parentesi non positiva e non breve, in cui sembrava che il teatro dovesse essere declassato a luogo commerciale e parcheggio, con l’intervento della Fondazione Cassa di risparmio e della Regione dell’Umbria il teatro viene acquistato da una mano pubblica e rifunzionalizzato secondo criteri e destinazioni consone alle sue origini.

La delibera comunale (i due scenari)

Il Comune di Perugia, ieri rappresentato dall’assessore Michele Fioroni, ha illustrato lo studio di fattibilità operato da una azienda specializzata.

Fioroni ha parlato di una delibera adottata dal Comune di Perugia con cui si prende atto dello studio citato che evidenzia due scenari possibili: il primo che mantiene la attuale capienza di posti (circa 1400) e il secondo che prevede una capienza ridotta e modulare.

Pur essendo riportata in delibera, la difficoltà che la riapertura di uno spazio di circa 750 posti come quello che si avrebbe nel  caso della seconda opzione comporterebbe e che sono riassumibili in:

  • l’aggiunta di uno spazio di capienza già esistente rispetto ai diversi contenitori già operativi e in fase di riapertura;
  • il posizionamento della nuova struttura su un quadro strategico e di offerta già coperto e pertanto in tutto concorrenziale con gli altri.

La terza via

L’ipotesi di studio sembra aver puntato tutto sulla sostenibilità finanziaria dello spazio in sé senza valutare la visione cittadina che invece il Comune dovrebbe rispetto alla diversificazione strategica dei diversi luoghi della cultura.

Aggiungo che l’amputazione di un valore esistente come quello della attuale capienza del Turreno sarebbe una scelta definitiva di cui potremmo avere a pentirci; il buon senso vorrebbe prima di tagliare di esperire altre ipotesi che magari contemperino la massima capienza in un ottica a sua volta modulare.

Tutto il pubblico presente ha aderito alla proposta che, a partire dalla mia introduzione fino alle parole dei segretari regionale e cittadino, il PD ha espresso chiaramente e cioè di fare tutto il possibile per riavere la disponibilità di uno spazio da 1400 posti, perché “il più contiene il meno ma il meno non contiene il più”.

Mentre l’assessore del Comune di Perugia è rimasto sulle posizioni della delibera confermando sia l’impostazione tecnica che l’indisponibilità a cofinanziare il progetto per motivi di difficoltà finanziarie dell’ente, la Presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini ha incalzato il Comune  nel dare ascolto alla piazza convenuta all’incontro e anche di prevedere un contributo integrativo a carico del Comune stesso.

Lunedì si è avuta la dimostrazione di come sia possibile portare a governo i problemi e al contempo fare opposizione nell’interesse della città e della cultura.

di seguito la rassegna stampa dell’incontro:
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Sara, la pira ardente dell’indifferenza e del senso di colpa collettivo fra mille accuse e poche speranze

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Immagine da Burn the witch dei Radiohead

"E forse è per vendetta, 
e forse è per paura  
o solo per pazzia, 
ma da sempre tu sei quella che paga di più
se vuoi volare ti tirano giù
e se comincia la caccia alle streghe
la strega sei tu."

Il riflesso collettivo a cui abbiamo assistito sui social network, appena appresa la notizia della orribile morte di Sara, induce a fermarsi a pensare e a interrogare il profondo delle nostre coscienze sconcertate da episodi frequentissimi di violenza al rialzo.

La voglia di colpire il colpevole, di castrazione (chimica e non solo), di rispondere con la legge del taglione e oltre,  pur essendo comprensibile e giustificata anche dall’onda emotiva montante, oltreché dall’orrore è solo bisogno di giustizia, oppure cela un senso di colpa che ci accomuna e che cerchiamo di esorcizzare scaricando la rabbia sul colpevole di turno?

Non sarà il frutto della nostra incapacità di capire dove sia il punto di rottura in cui accade che i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici, passano dal guardare l’orrore nel digitale di una serie TV come gomorra (si anche la serie gomorra crea spirito di emulazione secondo me) o di un gioco FPS come Postal o GTA, al momento in cui decidono di passare a via di fatto e “giocare” in prima persona davvero con una vittima vera?

Quale è il point break mentale in cui l’odio accumulato da una società che lo alimenta fino allo spasimo, trasforma una finta passione, una delusione di “non amore” nell’esplosione della cinica violenza che trabocca in noi per sedimento quotidiano e che si sfoga al primo insorgere di una delusione  forte?

Il finto amore e le delusioni nei soggetti colmi d’odio è in grado di spezzare il diaframma ormai sottile fra finzione e realtà e trasformare quello che fino a qualche istante prima era “l’amata”, lo specchio adorato del proprio narcisismo, in una prostituta e una strega da colpire con cinismo e lucida violenza degna di un Torquemada?

Nell’immagine qui sotto è riportata una frase tratta da una ricerca di Alessandro Gabbiadini sugli effetti (diversi fra maschi e femmine) del consumo ripetitivo di violenza gratuita che va in onda negli schermi che i nostri figli adolescenti guardano, nel trance indotto dalla velocità e dai richiesti rapidissimi tempi di reazione dei “giochi”  oltreché  dal poderoso sistema di marketing che sostiene quel mercato.

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Come al solito ormai sostituiamo l’indignazione alla crisi di coscienza, ci riconosciamo sia nelle vittime che nei carnefici o nei loro genitori che negli inerti spettatori o passanti,  ma visto che c’è un colpevole azzanniamo l’osso, sfogando il senso di colpa almeno fino alla prossima volta, finché non tocca a noi o ai nostri cari morire del colpo alla tempia della roulette russa che è diventata la vita.

#accesso a internet per tutti, #uguaglianza e #democrazia – la svolta Enel(la) banda larga, la riluttante Telecom nell’angolo

bandalargaNel giorno in cui a Perugia,nel corso del Festival del giornalismo 2016, Stefano Rodotà, Anna Masera, Luca Debiase e Guido Scorza, parlavano dei nuovi diritti umani legati all’accesso alla rete, parlando del libro Internet i nostri diritti ed. Laterza, parlando della DICHIARAZIONE DEI DIRITTI IN INTERNET e collegando “ad ogni parola un diritto” (#accesso, #netneutrality, #democrazia …), a Roma il governo presentava il formidabile piano per la banda larga del paese.

Perugia rientra nel ristretto novero delle città pilota, sarà cioè fra le prime ad essere servite dall’intervento dell’Enel che prevede l’installazione di impianti digitali in tutte le case degli italiani, sfruttando il fatto che la stessa Enel aveva già in animo di montare nuove apparecchiature per il controllo della propria rete elettrica; aggiungere la fibra ottica era pertanto molto facile.

Dopo le incertezze iniziali in cui l’amministrazione comunale aveva rischiato qualche scivolone, oggi la Perugia ultradigitale viene attuata dal governo Renzi, che dopo quasi due lustri in cui in Italia si è pestata abbondante acqua nel mortaio, trova la chiave di volta; una chiave che tuttavia chiude la Telecom in un angolo della storia.

La Telecom alla fine degli anni 90, su impulso del governo D’Alema si era dotata di un ambizioso e brillante progetto che aveva il compito di scompaginare il monopolio televisivo, detenuto da Berlusconi nell’etere, aprendo alla TV via cavo con il canale televisivo Stream, sostenuto da un capillare progetto (Socrate)  di cablaggio urbano.

Per raggiungere questo ambizioso fine, la Telecom fu affidata a Colaninno. che deteneva la maggioranza di Olivetti e che mise a segno un’ OPA di proporzione storiche, acquisendo un gruppo di circa cinque volte più grande.

La storia ci racconta come finì la corsa, la sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2000 e le conseguenti dimissioni del premier D’Alema rappresentarono un’autentica caporetto per i progetti di cablaggio del paese e la Telecom fu acquisita dal meno bellicoso Tronchetti Provera che iniziò a concentrarsi sul lucroso business della telefonia cellulare che consentiva ampi dividendi e basse necessità di investimento; l’illuminatissimo piano di D’Alema divenne una caporetto che chiuse il paese nel buio della 56k: in un colpo solo l’Italia aveva perso l’Olivetti e i piani di sviluppo della sua maggiore azienda ITC.

Dopo aver ritirato i ponti anche dal Brasile, negli anni la Telecom si è ristretta sempre di più e con essa, prima le ambizioni e poi le possibilità per il paese di tenere il passo con lo sviluppo civile ed economico, fino ad arrivare alle attuali condizioni inaccettabili di fanalino di coda d’Europa.

Fino a pochi mesi fa il mantra di Telecom era “gli italiani non ci chiedono la banda larga”, dichiarazioni del genere sono state fatte da diversi manager di diversa importanza e che attestano la condizione di un paese che era destinato a ripiegare sui livelli culturali e tecnologici dei programmi Mediaset; il conflitto d’interesse di Berlusconi, aveva compiuto fino in fondo il suo funebre compito.

Oggi il governo sfrutta le capacità di investimento di ENEL per ribaltare in poco tempo i fallimentari parametri italiani e puntare dritto agli obiettivi europei del 2020, 100% di territorio coperto e circa il 50% dei cittadini connessi.

Il piano banda larga parla da solo di temi come #accesso (abolizione delle discriminazioni), #democrazia (diritto ad avere diritti) , #uguaglianza (Net neutrality, tutti i dati su internet sono uguali).

Per la sinistra è una opportunità sostanziale anche se tocca a Romizi realizzarlo, mi pare davvero il caso di dare una mano.