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Il Travaglio di Fabio Fazio

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Riflettendo sulle dichiarazioni rilasciate da Marco Travaglio sabato sera a “Che Tempo che fa” mi è tornata in mente la sera che l’ho conosciuto.

Mi è rimasta impressa la sua capacità di lavoro; stavamo mangiando insieme a Gomez e mentre parlavano con me, Travaglio ricordava ripetutamente al collega quello che avrebbero dovuto fare i giorni successivi. Cose come ricordarsi di passare in tribunale per recuperare alcuni atti (mi sembra si parlasse del “dossier Mitrokhin”), oppure studiare le testimonianze di questo o di quel teste.

Ho avuto l’impressione che fosse una persona molto meticolosa ma anche un uomo che partendo da una supposizione persegue la verità senza fare sconti alla prudenza, all’opportunità o al rispetto che si deve alle persone.

Il fatto è che Travaglio fa il giornalista e non l’avvocato e conosce benissimo i meccanismi della comunicazione per cui se con tutta l’enfasi di cui è capace dice a chiare lettere che qualcuno conosce un mafioso, egli sa benissimo che in chi ascolta si produce un effetto di immediata associazione della persona in questione ai reati di mafia. Insomma si fa alla svelta a mettere su un processo mediatico con tanto di sentenza sommaria servita alla carta.

Giuseppe D’Avanzo nell’articolo di domenica 11 maggio 2008 “Non sempre i fatti sono la verità” a mio giudizio ci spara un po’ troppo addosso aggredendo Travaglio sul piano personale e la cosa non l’ho trovata di buon gusto.

Credo che si debba discutere un metodo di fare giornalismo (discutibile appunto) di cui Travaglio è senz’altro un autorevole esponenente e credo anche che abbia fatto bene Fabio Fazio a scusarsi con il suo pubblico.

Capisco l’esigenza di vendere i libri e tutti sappiamo che la polemica crea sempre visibilità e tuttavia la risposta di Travaglio sempre su Repubblica “su Schifani ho raccontato solo fatti” mi sembra un po’ troppo finto ingenua e auto giustificatoria.

In conclusione trovo giusto che gente come Marco Travaglio lavori sodo per sostenere alcune inchieste e aiuti l’opinione pubblica a fasri una idea ma sempre partendo dalla presunzione di innocenza che è un principio morale prima ancora che giuridico e al quale pertanto devono attenersi anche i giornalisti.

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