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Considerazioni sul “Piano industriale della P.A.”

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In data 28.05.2008 è stata emanata la prima bozza del Piano Industriale della P.A. a cura del neo ministro della Funzione Pubblica Brunetta.

Il piano è già oggetto di diversi affinamenti e pertanto si prevedono prossimi aggiornamenti, tuttavia stante l’impatto generale e mediatico che il governo e il Ministro competente ha voluto generare sul tema della Pubblica Amministrazione mi sembra che si possano già trarre alcune valutazioni politiche.

Il piano è introdotto da una premessa di potente valore demagogico ed è pensato non solo per cavalcare ma certamente per stimolare l’ondata di contrarietà nei confronti del comparto pubblico.

Vedremo se la forza politica di quest’onda sarà convogliata o meno in direzione del cambiamento reale altrimenti sarà stato solo un gioco a somma zero, una semplice ricerca di visibilità nel qual caso non se ne sentirebbe certo il bisogno.

Nel merito: il documento muove da una accezione di fondo che vuole paraganota la P.A. con l’azienda privata (lo stesso titolo del documento vi fa riferimento. Riteniamo che se sul piano dell’impatto ciò possa servire sotto il profilo sostanziale ciò rappresenti uno sconto logico troppo azzardato un eccesso di facilità che in realtà non semplifica le cose.

1) La p.a. esiste soprattutto per assicurare, nel rispetto dei principi costituzionali dell’imparzialità e del buon andamento, il perseguimento dell’interesse pubblico (e non, invece, l’interesse privato che caratterizza l’attività dell’imprenditore privato). Qualora i principi liberali ritengano superare questa distinzione mettano in moto un elemento di revisione più generale del ruolo altrimenti ne prendano atto. Ritengo importante questo punto poiché ogni cura deve essere applicata conoscendo la natura del malato altrimenti o essa è vana o rischia solo di creare slogan, polveroni, stress generale senza risultati. Non crediamo che sia quello che serva al paese.

2) I paragoni vengono poi fatti in maniera evidente fra il tipo di organizzazione della P.A. e la struttura organizzativa delle piccole imprese (le più diffuse in Italia). Anche qui pur riconoscendo il valore popolare e quindi comunicativo dell’esempio non ci sembra calzante poiché il caso della P.A. è uno dei più classici esempi di strutture organizzative complesse da paragonare semmai a quelle di grandi aziende quali le Banche o grandi realtà produttive. Affermare pertanto che nel privato è presente la figura del datore di lavoro è vero soltanto per la P.M.I. mentre non lo è certo per la grande impresa. Un bancario di Unicredit risponde ad un Direttore che è un manager come un dirigente di servizio della P.A

3) La questione della mancanza del datore di lavoro va poi avanti affermando che mentre l’imprenditore rischia in proprio e se va male fallisce così non è per la P.A. Su questo punto il documento fa una brevissima e trascurata ammissione al fatto che gli Enti pubblici dissestati vengono commissiariati per legge e il Sindaco o il Presidente in casi del genere è esposto al giudizio politico pubbilco dei propri cittadini ed elletori. Nel caso del privato non sempre invece è vero si pensi a quanti grandi fallimenti che hanno coinvolto migliaglia di persone vedono ancora i responsabili non solo ingiudicati ma liberi di continuare ad operare nei vari mercati commerciali o finanziari.

4) Non si comprende poi bene cosa si voglia intendere con il “passaggio dalla cultura del procedimento a quella del provvedimento” che a prima vista sembra un ritorno indietro in termini di efficenza/efficacia e trasparenza a meno che il significato non sia quello di snellire le procedure e di concentrare l’attività sul risultato. A tale riguardo, tuttavia la correttezza e le ricadute in termini di efficienza di un provvedimento, dipendono soprattutto dalla qualità dell’istruttoria procedimentale: guai, pertanto, ad abbassare la guardia sull’attuazione della legge 241/1990”.

La parte successiva è invece piena di buone indicazione in parte già adottate dagli Enti più virtuosi e in parte già frutto di obblighi esistenti che però non sono riusciti nella fase applicativa a dare i risultati attesi. Ad esempio le riforme degli anni precedenti che hanno introdotto i vari PEG (Piano economico di gestione) non hanno avuto l’effetto di far fare alla P.A. il salto di qualità di indurla a lavorare per obiettivi e per progetti.

Non si fa accenno alla ridondanza degli enti che si occupano delle stesse funzioni e degli incomprensibili controlli incrociati fra i vari Enti che producono ritardi e veti incrociati che lasciano spesso il cittadino/utente in una intollerabile condizione di eterna “attesa di giudizio”.

La riforma endo regionale prodotta dall’Umbria su questo punto si è ad esempio adoperata, fornendo soluzioni e dimostrando impegno e volontà reali anche se con risultati ancora da conseguire.

In conclusione, stabilita l’importanza e il fondamento del ruolo della P.A. ogni riorganizzazione legislativa dovrebbe muovere da elementi veri e non demagogici realizzando risparmi, liberazione di nuove energie e una efficacia crescente di risultati.

Si ha la speranza che queste politiche siano anche dotate delle necessarie risorse per dargli le gambe altrimenti si finirebbe per tornare alla già vista fase di Stanca che ha connotato il governo 2001-2006 in cui si agitano i problemi e i progetti chiamando il paese a discutere lasciandolo in una eterna inutile discussione.

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