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Il contagio – Walter Siti

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Mondadori, Milano 2008, pp. 339, € 18,00

L’idea di un libro sulle borgate dopo Pasolini e Testori mi è sembrata subito interessante.

Già durante la presentazione del libro di Sergio Ragni, “Che tempi sono questi”, avevo espresso l’idea che da parte degli intellettuali della sinistra si fosse smarrita la capacità di interessarsi della vita dei quartieri popolari e che questo smarrimento fosse alla base dell’incapacità di rappresentarli.

I nuovi ceti popolari sfuggono al centro sinistra poiché esso li valuta in maniera snob e prende le distanze dalle forme senz’altro un po’ kitch e dalle tinte forti coi quali si esprime caratteristicamente la borgata.

Il tema fondamentale di questo libro è insieme acuto e innovativo: a differenza di Pasolini che riteneva già scritto il destino delle borgate, cioé quello di assumere i valori e gli atteggiamenti della classe media, oggi la questione si ribalta ed “è la borghesia che si sta (se così si può dire) imborgatando“”

Il contagio parte quindi dai cosiddetti strati bassi della società, che tali più non sono.

“I borgatari non sono dei reietti, né semplicemente dei vinti. Alcuni hanno contatti con i vip che occupano le cronache mondane, figure di un demi-monde di scarsa sostanza, sì, ma pur sempre campioni illustri di una società.” ……..

L’ idea come dicevo è buona ma la trama resta nella testa dello scrittore perché a mancare è la storia.

I personaggi sembrano i pezzi di una scacchiera di una partita già giocata che si muovono senza una personalità, senza un sogno, senza un palpito di emozione.
I dialoghi sono forzati e gli uomini, le donne e i gay stanno tutti nello stesso scrigno di un carrillon che comincia a suonare appena aperto e dura fino alla fine.

Si prova una certa nostalgia per i personaggi di Giovanni Testori le prostitute come la Wanda, il e i ciclisti dilettanti de “Il Ponte della Ghisolfa” (ripreso da Visconti per “Rocco e i suoi Fratelli”) oppure l’Ivo Ballabio detto il Brianza , giovane avvenente, povero e «senza tanti scrupoli». Da questi protagonisti delle borgate di Milano il lettore si faceva letteralemente raccontare la propria storia il proprio sogno, la propria consapevolezza di condurre una vita “bassa” e insieme la voglia di uscirne, di emanciparsi.

L’autore de Il contagio ha invece bisogno di spiegarla lui la storia al lettore perché Marcello (culturista gay escort di professione), Giancarlo (spacciatore che sfonda nel cinema come produttore), Mauro (che da spacciatore di coca si affaccia al mondo del management aziendale con addirittura un’esperienza americana e ritorno in borgata) insomma gli inquilini della casa popolare di Via Vermeer non hanno uno sguardo, un pallore o un arrossamento, non hanno vergogna né personalità se non l’arrivismo esasperato.

Forse è un po’ troppo poco per essere vero davvero.

Insomma l’idea è buona ma si può fare di più, si può fare.

2 comments to Il contagio – Walter Siti

  • maria grazia ricci

    Dal tuo commento intuisco che il libro non ti ha convinto perchè i personaggi non sembrano veri, non sanno restituire alcuna emozione. Da come li descrivi mi fanno venire in mente quell'”analfabetismo emotivo”, quelle generazioni di indifferenti di cui parla Umberto Galimberti ne “L’ospite inquietante”. Quelle generazioni di borgata che già Pasolini considerava a rischio di crisi di identità per via della omologazione planetaria. Azzardo, ovviamente, non avendo letto il libro, ma non ho capito quale ruolo si assegna a questo fenomeno di omologazione della classe media e quale può esserne l’evoluzione.
    Un saluto.
    Maria Grazia

  • L’analisi è acuta. Galimberti attribuisce ai giovani, agli adolescenti questa difficoltà nel saper tradurre e gestire le emozioni ed effettivamente i “borgatari”, sia personaggi de “Il contagio”, gli abitanti di Via Vermeer che però anche quelli di Testori (le varie Gilde del McMahon) sono rappresentati un po’ come eterni adolescenti, senza obblighi né responsabilità. La loro vità è fatta solo di opportunità da cogliere al volo ma che alla fine non si presentano mai e la vita scorre eterna, per i più, nella borgata senza redenzione né emancipazione se non fittizia e provvisoria. Può anche essere che la vita della classe media di oggi, senza più le regole tipiche della produzione di una volta (orari fissi, contratti stabili, sede uniche e fisse di lavoro) possa essere un po’ all’origine di questo contagio di cui parla Walter Siti. Il fatto tuttavia non aggiunge niente a quella che ritengo essere la carenza del romanzo e cioé la mancanza di “vissuto personale” dei personaggi. Galimberti parla di “analfabetismo emotivo” e cioé di incapacità di declinare e “trattare” le emozioni che comunque si provano. Un romanzo ha la capacità di entrare dentro il profondo del vissuto dei suoi personaggi. Pensa ai ragazzini dei libri di Ammaniti (Cristiano Zena, Pietro e Gloria), pensa a “Tu non mi conosci” di David Class di cui riporto la presentazione di copertina dell’autore, così forse riesce a capire cosa voglio intendere:

    “Tutte le mattine John esce dalla sua casa che non è una casa per recarsi nella sua antiscuola, dove nell’odiata aula di antimatematica subisce le torture algebriche della professoressa Faccia-di-Luna, e durante le ore di musica suona la tuba, che in realtà è una rana gigante. John è innamorato dell’angelica e misteriosa Glory Halleluiah, e ha un amico, Billy Canappia, che forse non è un amico, perché è innamorato della stessa ragazza. John vive principalmente nella propria testa ed è fermamente convinto che nessuno lo conosca. I suoi pensieri nascosti, esilaranti e affilati come rasoi, non risparmiano nulla: avidità, grettezza, amore, amicizia, bassi tuba e tromboni, matematica e involtini primavera. E poi c’è casa sua: un padre sparito quando lui aveva quattro anni, una madre rovinata dalla vita in fabbrica che lui non vede mai, e l’uomo che non è suo padre, che lo picchia appena può, quando la madre non c’è. Cioè sempre. Quest’uomo è il suo nemico. Quest’uomo odia John e vorrebbe ucciderlo. E purtroppo questa non è una sua fantasia…”

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