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Il mio intervento alla conferenza programmatica del PD 7/8 novembre 2008

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In Umbria si parla sempre più spesso e non sempre a proposito di innovazione.

Questo termine si presta linguisticamente ad evocare in maniera vaga il cambiamento, la ricerca della novità e pertanto mette a rischio di formulare più slogan vuoti che non analisi fondate che possono aprire pertanto un dibattito concreto sulle soluzioni ai problemi della comunità regionale.

Il PD è nato con l’aperta vocazione a stare lontano dagli slogan e con il preciso intento di stare dentro il cuore dei problemi e pertanto mi sembra che si imponga, parlando dell’Umbria di oggi, uno sguardo attento su quanto è successo negli anni 2000 cercando di allontanare la tentazione di riaprire un dibattito vecchio con annessi schemi ormai logori primi anni novanta del tipo “Il ragazzo della via Gluck” che seppur romantico non aiuta certo ad uscire dalla crisi.

Le statistiche pubblicate nei mesi estivi fino al rapporto AUR dei giorni scorsi ci danno risposte confortanti sotto molti profili anche se pongono legittime domande sulla tenuta del sistema Umbria in chiave futura.

Se infatti anche l’Istat da conto di un Umbria che cresce, anche sotto il profilo quantitativo (PIL e forza Lavoro) e negli investimenti in servizi sociali e alla persona, è anche vero che la crescita è stata determinata dal buon andamento in questi anni dei settori tradizionali come il comparto legato elle opere pubbliche che stante l’attuale pesante crisi dovuta alla fine della bolla speculativa e al forte incremento dei mutui non presenta certo margini di crescita ulteriore.

Considerando poi la rigidità economica tipica del comparto la crisi non sarà probabilmente di breve periodo e si pone per l’Umbria la necessità di individuare nei settori innovativi un nuovo periodo di sviluppo che possa garantire la crescita economica e l’alto valore di capitale sociale fin qui mantenuto.

Fra i settori tradizionali è tuttavia importante e necessario considerare anche l’economia tecnologica legata al software compilato.

Essa si è affermata negli anni ’80 ed ha per un lungo periodo rappresentato una vera crescita tecnologica e produttiva di tutto il settore del terziario.

Negli ultimi anni però si sono affermate con decisione le tecnologie di sviluppo in logica aperta “open source” che hanno fatto registrare insieme alla rapida diffusione di servizi a nuovo valore aggiunto che favoriscono al contempo la circolazione dei progetti, delle conoscenze ad essi sottese e dei capitali di impresa.

Sempre considerando il comparto tecnologico si impone una valutazione sulla reale efficacia del modello anche esso tradizionale legato all’informatica pubblica che le recenti leggi del governo hanno paradossalmente favorito mentre avevano lo scopo di disincentivarle.

Quale innovazione? E’ questa la domanda che dobbiamo porci.

La violenta crisi in corso ci dimostra che c’è una innovazione a scadente contenuto etico che non può essere di alcun interesse per l’Umbria che il PD vuole per il futuro.

L’arricchimento e l’accaparramento di pochi, salvati poi dal baratro con i ripiani a posteriori dei molti che pagano due volte, sostenuto dalle destre di tutto il mondo va scongiurato per i prossimi anni e tenuto lontano.

Dobbiamo invece privilegiare politiche funzionali ad esaltare le caratteristiche positive della nostra regione individuando settori ad elevato valore aggiunto che non determinino potenziali rischi di deterioramento del paesaggio e più in generale del marchio Umbria.

Ciò non significa tuttavia immaginare una regione che produce “solo Sagrantino”, anche se i prodotti legati alla filiera dell’agroalimentare ben si innestano nel tessuto geografico e culturale dell’Umbria, ci sono anche diversi altri settori sui quali esiste una predisposizione produttiva della nostra regione e che stanno “tirando” bene soprattutto nell’export.

I dati 2006 della Fondazione Edison relativi all’export italiano danno conto di un vero e proprio balzo in avanti dell’Italia nei confronti degli altri paesi dell’Unione Europea. Questo risultato viene conseguito dal nostro paese sui settori produttivi riconducibili alla formula cosiddetta delle 4A alimentare e vini, arredamento e mobile, automazione e meccatronica, abbigliamento e tessile.

In tutti questi settori l’Umbria esprime delle eccellenze assolute che tuttavia fanno fatica a fare sistema e quindi a produrre dinamiche di crescita collettiva, cosa che invece si registra meglio da parte dei settori tradizionali.

Il rapporto 2008 dell’Agenzia Umbria Ricerche presentato recentemente da conto poi di un sistema produttivo umbro definito “originale” anche per il fatto che non matura in presenza di distretti produttivi precisi.

Ciò determina un quadro in cui vi è una difficoltà nella nascita di nuove imprese e una certa mortalità delle stesse proprio perché si attivano poco quelle dinamiche di rete tipiche delle realtà dove esistono i distretti.

Le politiche regionali si sono attivate con bandi appositi per l’innovazione e lo sviluppo che devono avere lo scopo di generare partnership, vicinanze e scambio di know how per favorire la nascita di sistemi produttivi territoriali omogenei che possono essere favoriti da politiche funzionali a rompere gli isolamenti e le autoreferenzialità tipiche della Pmi italiana e della predisposizione Umbra alle politiche di “campanile”.

Nei settori della innovazione e della soft economy si registrano delle eccellenze assolute.

Lo sforzo della politica deve essere quello di metterle in filiera perché dalle eccellenze si passi ad una crescita di tutto il sistema regionale, anche promuovendo e portando in superficie i tanti progetti e le tante sperimentazioni su cui molte aziende umbre si stanno cimentando.

Oggi tuttavia mettere a rete è sempre più difficile senza al contempo mettere “in rete”, connettere e cablare i luoghi, le città, i territori.

Per questo sarà necessario dare al più presto gambe al piano telematico regionale che prevede la sinergia di varie esperienze e progetti fra cui anche quella del concessionario nazionale “Aria” nata da un progetto Umbro che ha visto capitali internazionali convergere sulla nostra regione, in virtù anche della meraviglia del paesaggio che ben si concilia idealmente a favorire nuove proposte di grande immagine e di reale contenuto economico.

L’attivazione del piano telematico potrà giocare un ruolo fondamentale non solo per minimizzare il cosiddetto “digital divide” ma soprattutto per collegare esperienze produttive individuando aree distrettuali anche virtuali dove lo spazio e le barriere geografiche non ne hanno invece fin qui favorite.

Nella nostra regione è poi importante il contributo che può dare allo sviluppo la pubblica amministrazione.

Per la diffusione e l’importanza del comparto una pubblica amministrazione inefficiente, lenta a decidere e incapace di favorire una partecipazione delle scelte in chiave moderna e aggiornata alle nuove esigenze delle comunità rappresenterebbe un fardello insopportabile.

Essa può essere tuttavia un importante fattore di sviluppo qualora la P.A. riesca a diventare un modello di innalzamento della qualità della domanda delle imprese per quanto riguarda le opere e i servizi e un elemento di innovazione nelle dinamiche di nuova socialità anche digitale che stanno mobilitando le coscienze e cittadini di tutto il mondo.

Va inoltre superata di slancio la cultura del vincolo favorendo le politiche che abbiano come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale da realizzare con il coinvolgimento e ricorrendo alla consultazione dei cittadini.

Esiste ed è pertanto concreta per l’Umbria la possibilità di passare dal “possibile” al “vero” e di puntare ad un modello di sviluppo diverso dove la nostra regione possa vedere esaltate le proprie possibilità che derivano dalla sua cultura e dal paesaggio e minimizzate le difficoltà strutturali tipiche di una piccola regione appenninica.

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