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Rottamazione o Switch Off? Il passaggio da analogico a digitale può far emergere una nuova generazione

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“Firenze lo sai non è riuscita a cambiarla …”

L’iniziativa di Firenze organizzata da Renzi e Civati, nei suoi difetti di impostazione, ha marcato tuttavia un punto politico ineludibile: il tema dell’invecchiamento oltre soglia di una intera classe dirigente, non solo politica.

Rottamazione è termine di per sé brutale, che evoca una gratuita sostituzione senza profilare nulla sul nuovo da acquistare e inoltre non parla agli italiani (popolo molto dedito alle tradizioni) del perché dovrebbero  lasciare la via vecchia per quella nuova.

Le generazioni tendono in genere ad affermarsi in momenti topici della storia, così è stato per la Spagna nel 1898  anno in cui  perdendo le ultime colonie si trovò chiusa in sé stessa oppure  sempre in Spagna nel 1914 anno in cui Ortega Y Gaasset lancio il suo manifesto raccolto da artisti del calibro di F.Garcia Lorca e Ramon Gomes de La Serna.

L’immediato dopoo guerra in America produsse i cosidetti “giovani arrabbiati” angry young men, raccolti intorno al romanzo di John Osborne Look back in anger.

Dobbiamo ammettere infatti che, per quanto sempiterna e attaccata ai posti di potere, la generazione del ’68 si è affermata sulla base di una idea del mondo alternativa alla precedente, con i suoi miti culturali e con un preciso “dies a quo” (il pluricitato  3.11.1966 giorno dell’alluvione di Firenze).

Quel giorno, anche in Italia, una generazione di giovani con precisi elementi valoriali e con le idee chiare sulla voglia di cambiare il mondo si è data convegno e ha stretto un patto che ancora oggi perdura.

La caduta del muro di Berlino ha avvantaggiato poi il processo di disgregazione del precedente sistema di norme e valori, liberando le energie degli allora quarantenni in maniera improvvisa e “trovata”.

Non serve qui dilungarsi nel giudizio sull’operato, che va lasciato agli storici; quello che importa è ragionare sul futuro e sul come invece, quella generazione si sia auto-qualificata come “la meglio gioventù”, ponendosi in maniera arbitraria e forse poco corretta, nei confronti non solo del passato ma soprattutto spargendo il sale sul futuro, destinato per definizione ad essere “peggio”.

La domanda da farsi invece è quale sia il terreno di confronto su cui lo spartiacque generazionale può scattare con una comprensibile efficacia, tale da rendere oggettivo e urgente un cambio di guida e di rotta.

Ho usato nel titolo la parola switch off pensando alle riflessioni fatte da Alessandro Riccini Ricci alla presentazione di Immaginario Festival 2010 di Perugia.

Si è parlato del  passaggio dall’età analogica a quella digitale con tutto un portato di esperienze, di cultura e di vita attiva, che si distingue nitidamente dalla precedente e che non può più essere bollata come stranezza dadaista.

L’innovazione tecnologica ha infatti cambiato, e certamente cambierà ancora, la maniera di rappresentare la vita in modo così straordinario da essere  riuscita finanche a modificarne la sostanza, imponendo modelli estetici (perfetti o sgraziati) del tutto o quasi scollegati dalla realtà naturale.

Ciò ha prodotto un comportamento collettivo e di conseguenza l’affermarsi di un pensiero “liberato” dal vincolo di natura e con la quale bisogna tuttavia confrontarsi, sia per rispetto sia per la pericolosità intrinseca che una umanità accresciuta fuori controllo potrebbe contenere. La letteratura è imbottita di metafore inquietanti, religiose e laiche, sulle probabili derive dell’affermazione totalitaria della scienza.

E’ chiaro però che per evitare i rischi serve un passo avanti e non un ritorno indietro che sarebbe illusorio e irrealizzabile e per questo credo che a guidare questo processo di passaggio dall’analogico al digitale non possa che essere la generazione che possiede la cultura e il know necessario per non rimanere schiacciato dal peso del bel tempo andato e insieme capace di evitare i deliri di onnipotenza tipo Truman Show.

Ritengo l’aspetto anagrafico importante ma non necessario, ci sono infatti persone che per curiosità personale o per necessità intellettuale riescono a comprendere i fenomeni e l’importanza che essi rivestono, indipendentemente dalla cultura nella quale si sono formati.

Penso ad esempio a un “ragazzo” come Luciano Gallino (classe 1927), sociologo del lavoro, che nell’ultimo numero di Wired ha espresso chiaramente la sua posizione riguardo alla imprescindibile necessità per il nostro paese di puntare tutto sulla banda larga come importante trampolino di rilancio della vitalità economica e sociale del nostro paese.

Resta infine da chiedersi come mai l’Italia sia così indietro nell’affermazione di gruppi dirigenti che non hanno conosciuto la beat generation.

Ciò accade a mio giudizio per due motivi tra loro collegati da un rapporto causale: una ragione attiene alla impostazione culturale tradizionale del nostro paese e alla difficoltà di percepire il cambiamento come fonte di progresso piuttosto che come rischio.

Un’altra riguarda il ritardo di un paese che anche quando viene interessato dall’applicazione di elementi di innovazione importanti finisce per limitarne l’uso ai soli ceti direzionali, per cui invece che rappresentare un break through capace di cambiare la struttura sociale essi finiscono per rafforzare i poteri consolidati.

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