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Stati Generali della Cultura PD Umbria – Perugia 23.11.2011 – Relazione di Nicola Mariuccini

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Dare inizio a una conferenza sulla cultura con la storia e il testo di una canzone può sembrare una vacua suggestione ma credo sia utile per comprendere la vera cifra della crisi che stiamo attraversando facendo un paragone storico culturale con quanto accadde negli anni 30 in America.

Brother can You spare a dime canta un ispirato George Michael nella canzone che abbiamo ascoltato.
“Fratello avresti da darmi un centesimo” sono gli anni 30 e l’America si scopre improvvisamente povera:

Mi dicevano che stavamo costruendo un sogno, e così ho seguito la folla,
Quando c’era la terra da arare, o fucili da sopportare, io ero sempre lì proprio sul posto di lavoro.
Mi dicevano che stavamo costruendo un sogno, di pace e di gloria davanti a noi,
Perchè ora dovrei stare in fila, aspettando solo del pane?
Una volta ho costruito una ferrovia, l’ho fatta correre, una corsa contro il tempo.
Una volta ho costruito una ferrovia, ora è fatta.
Una volta ho costruito una torre, fino al sole, mattoni e rivetti, e la calce;
… ora è finita. Fratello avresti da darmi un centesimo?

I sentimenti di odio e rivalsa che in momenti di crisi percepita come improvvisa, anche se a lungo annunciata, si stanno sviluppando nel nostro paese complice anche la caduta di Berlusconi, non dovrebbero farci dimenticare che questi anni spensierati sono stati in realtà gravidi di aspettative e di sogni da realizzare per tanta gente comune per tanta parte di popolo.

Il mito dell’affermazione individuale, nel crollare, lascia un vuoto di valori vertiginoso e difficilmente potrà essere sostituito con un altro modello senza mettere in conto tensioni e reazioni improvvise e difficilmente determinabili nelle forme e negli effetti.

Di certo non sarà con un ritorno all’indietro e con l’applicazione di modelli anni 70 che si potrà immaginare risposte alle nuove domande; come affermava lo stesso Keynes, di cui oggi si stanno ricelebrando i fasti, “è tanto conservatore chi guarda solo al passato che chi guarda solo al futuro”.

Troppo spesso si valutano le crisi misurandone gli effetti matematici dei differenziali valutari o dei costi finanziari senza valutare gli elementi psicologici collettivi che la crisi sta determinando e inevitabilmente produrrà.

Eppure basta leggere l’ultimo premio strega, quello “storie della mia gente” di Edoardo Nesi in cui si parla delle trasformazioni sociali e imprenditoriali della vicina Prato per riconoscervi gli stessi, peraltro dichiarati, elementi che furono la chiave narrativa dei racconti di Fitzgerald.

La parabola di Gatsby che passando da una festa all’altra, in una sorta di perenne baldoria, con un ultimo assolo gonfio di ritrovata moralità chiude la sua esistenza come l’ ultimo acuto di Lester Young in un celebre duello all’ ultimo sax, chiude l’era del grande Coleman Hawkins e con essa quella del grande jazz.

La crisi finanziaria porta con se una sovrapproduzione di immagini, la saturazione delle coscienze letteralmente assediate dagli stimoli di una cultura estetica e an-estetica che conducono alla narcosi delle capacità critiche, prima individuali e poi collettive e che hanno condotto il CENSIS a parlare dell’Italia come un paese che non riesce a uscire dalla crisi perché appare annichilito sulla soddisfazione dei piaceri presenti e
pertanto incapace di desiderare.

La cultura, la poesia, la bellezza, che va conservata, progettata e valorizzata, è un elemento decisivo per rigenerare desiderio rilanciando la speranza e la voglia di futuro.

Uno studio della European House Ambrosetti ha rilevato come il fattore “cultura pro business” sia un elemento decisivo per la competitività e per l’attrattività che è la capacità di attirare e trattenere il capitale umano e
finanziario dall’estero.

La cultura pro business in questa dimensione è data dalla visione chiara e condivisa del proprio territorio e dalla quantità di corruzione percepita, fenomeno che tende a disarmare la volontà di impegnarsi e partecipare
attivamente alla produzione della ricchezza del paese.

In Italia questi due fattori si presentano come marcatamente negativi e anche nella nostra Umbria dovremo impegnarci per fugare senza tergiversare ogni forma di mafia che cerca di insinuarsi nei nostri tessuti e al contempo di lavorare per ricostituire la credibilità delle classi dirigenti.

Ci torneremo più avanti ma l’idea di tornare a pensare la cultura come servizio pubblico richiede oggi il riaffermarsi di valori dell’etica e della responsabilità pubblica che oggi non sono riconosciuti alla classe politica
del paese e non è solo un problema di costi ma di privilegi combinati con l’incapacità e l’impossibilità di incidere e modificare la realtà circostante.

Va da sé che in momenti di transizione culturale come questi una conferenza sulla cultura come quella che sta organizzando il PD e che in Umbria stiamo celebrando oggi, non può limitarsi a un elenco di priorità e
a un contributo politico funzionale a spiegare nuovi tagli e a giustificare il ridimensionamento dei capitoli di bilancio della cultura.

Il dovere che abbiamo è quello di mobilitare il mondo della cultura al fine di prendere coscienza e far comprendere che la crisi della finanza di oggi chiude un ciclo culturale prima che economico e non può essere spiegata né tantomeno curata con gli strumenti e con le chiavi interpretative della politica e del linguaggio che hanno prodotto il fallimento.

Così trovano spiegazione le nuove manifestazioni di protesta e le richieste di nuova partecipazione che usano la rete e i nuovi strumenti della tecnologia “sociale” per affermarsi e trovare stimoli e significati alternativi, rovesciando il principio del “just in time” che ha si qui regolato la vita non solo economica di questi anni.

Questi fenomeni sono riusciti ad attivare una forma di ribellione appunto “just in time” che ha condotto in pochissimo tempo all’organizzazione di una protesta senza precedenti per rapidità di forma, per l’inicisività e la
capillarità territoriale con la quale si è manifestata.

La scelta deliberata di utilizzare canali diversi dalla TV, canale considerato squalificato e saturato oltreché inaccessibile ai più ha condotto la nuova domanda di libertà e di verità dei popoli a rivolgersi alla rete con l’idea un
po’ ingenua che essa sia uno spazio realmente democratico.

In realtà la velocità con le quali la rete consente di far transitare informazioni giuste è per lo più la stessa che consente la rapida circolazione di informazioni sbagliate o parziali ma il punto determinante è di tipo soggettivo ed è legato al chi saranno i gestori delle informazioni che in rete conservano e riproducono il dato.

Dotarsi di infrastrutture pubbliche per la attivazione della banda larga ha la duplice funzione di superare le barriere di accesso alla conoscenza che sono generatori di ingiustizie e di discriminazioni e insieme, statistiche alla mano, rappresentano uno dei fattori chiave della competitività/attrattività di un paese.

Il solo Google conserva e distribuisce più del 80% dei contenuti e della conoscenza in rete di tutto il mondo e a nessuno è sfuggito come dopo una fase gioiosa e libertaria le politiche di gestione dei contenuti stessi si
vanno facendo via via più restrittive vuoi per tutelare i diritti d’autori ma soprattutto per tutelare gli interessi del proprio business basato sl controllo monopolista della conoscenza e dell’informazione di questo potente canale
informativo.

Google ha fra l’altro attivato una sezione libraria all’interno della quale si sta avvantaggiando a promuovere la digitalizzazione di una quantità ingente del patrimonio librario già esistente nel mondo e su questo settore
il colosso Amazon per bocca di un executive manager Russel Grandinetti si esprime sfacciatamente e senza mezzi termini: «Oggi le uniche persone realmente necessarie nel processo editoriale sono lo scrittore e il lettore».

Il New York Times ha, a sua volta, prontamente commentato: «Amazon ha insegnato ai lettori che non hanno bisogno delle librerie. Ora sta incoraggiando gli scrittori a lasciar perdere gli editori».

Altri editorialisti di altre testate o alcuni autorevoli blogger americani hanno già avuto modo di affermare che quando Grandinetti afferma ciò intende che fra lettore e scrittore non ci sarà niente tranne Amazon e in
quest’ottica la strategia del colosso librario e editoriale di Seattle assume un aspetto minaccioso.

In Italia il dibattito sull’editoria legato al se e al come degli sconti e dei rapporti fra piccoli e grandi editori appare un tantino datato rispetto alla gravità e alla rapidità di affermazione di certe operazioni commerciali e culturali condotte da soggetti potenti e capaci.

Robert Darntdon quando è venuto qui in Umbria oltre a darci sfoggio della sua cultura di storico ci ha parlato del suo progetto di costruire un preventivo contraltare ai grandi colossi privati muovendosi in quanto direttore della biblioteca di Harvard per digitalizzare qualcosa come 18 milioni di libri in diverse lingue il tutto nell’inerzia della politica italiana e anche europea.

Bene ha fatto allora la Regione dell’Umbria a fare un passo verso la acquisizione e l’implementazione del sistema Media Library on Line, il sogno imprenditoriale dell’ illuminato Giulio Blasi che consente e sperimenta il prestito on line dei contenuti digitali.
Mai come oggi investire su questo tipo di innovazione significa molto di più che stare al passo coi tempi, il valore di investimenti del genere risiede nella capacità di presidio di spazi di cultura e di democrazia della conoscenza che lasciati a sé stessi possono in breve tempo disegnare uno scenario del tutto temibile per la libertà di pensiero e di parola.

Investire nei sistemi innovativi di catalogazione e fruibilità del libro avrà poi lo scopo di svecchiare il sistema bibliotecario nazionale, oggi mummificato e ingessato nella funzione di conservazione dei volumi ma assolutamente carente nella possibilità di far circolare le informazioni che contengono.

Tranne che nei casi di alcune città le biblioteche italiane non si sono dotate di servizi di lettura e orientamento all’utente delle tante diverse informazioni reperibili all’interno del singolo plesso e più in generale nelle reti condivise e ciò oltre a essere importante e urgente è finanche comico se si pensa che da un altro studio eseguito sempre dall’istituto Ambrosetti per la vicina regione Toscana risulta che l’Italia sia il paese di tutta Europa in cui al termine cultura la maggioranza dei cittadini associano la parola biblioteca.

L’effetto comico diventa poi irresistibile quando scorrendo questo studio sull’associazione delle parole al più generale concetto di cultura si scopre come nei paesi anglosassoni enogastronomia è sinonimo di cultura mentre
ciò non è vero per gli italiani.

Ora se l’Unesco scommette tutto sullo sviluppo della dieta mediterranea come fondamentale elemento per la diffusione di una cultura della nutrizione nel mondo si ha per contro la precisa sensazione che siamo in presenza di una decisa contrazione di quanto di buono fatto in termini di investimento anche nella nostra regione con riguardo alla cultura della accoglienza, della preparazione e della valorizzazione del mangiar bene.

La qualità delle preparazioni e la creazione sul territorio di specifiche competenze tecniche in questo settore è un fattore decisivo dello sviluppo praticabile dalla nostra Umbria e non può essere vissuto soltanto come un
accessorio marginale a eventi di altra natura magari da tagliare in tempi di crisi alla stregua delle spese di rappresentanza.

Ciò anche perché la prestigiosa Lista dell’UNESCO, raccoglie gli elementi del patrimonio culturale immateriale considerati rappresentativi dell’umanità, constava di 166 elementi (tra cui il Tango argentino e la calligrafia cinese) di cui due italiani: l’Opera dei Pupi siciliana e il Canto a tenore sardo.

Come risulta al portale Unesco “La Dieta Mediterranea rappresenta un insieme di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, includendo le colture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione e, in particolare, il consumo di cibo.

La Dieta Mediterranea è caratterizzata da un modello nutrizionale rimasto costante nel tempo e nello spazio, costituito principalmente da olio di oliva, cereali, frutta fresca o secca, e verdure, … carne, e molti condimenti e spezie, il tutto accompagnato da vino o infusi, sempre in rispetto delle tradizioni di ogni comunità.

La Dieta Mediterranea (dal greco diaita, o stile di vita) è molto più che un semplice alimento. Essa promuove l’interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise da una
data comunità, e ha dato luogo a un notevole corpus di conoscenze, canzoni, massime, racconti e leggende. La Dieta si fonda nel rispetto per il territorio e la biodiversità, e garantisce la conservazione e lo sviluppo delle attività tradizionali e dei mestieri collegati alla pesca e all’agricoltura nelle comunità del Mediterraneo.”

Per la candidatura Perugia Assisi sarà decisivo puntare su questo elemento che promuove il territorio con le sue specificità facendo leva sulla propria dimensione internazionale largamente diffusa e condivisa e fortemente
attrattiva, in fondo la qualità della vita e l’incidenza su di essa del comportamento a tavola era stato individuato anche da Jeremy Rifkin fra i tratti più caratteristici e importanti su cui ha basato il suo “Il sogno europeo”.

In quanto risorsa culturale del territorio un capitolo a parte va dedicato alla lingua che è un terreno semplice e insieme fecondo di tante ricchezze e colori espressivi.

In tempi tuttavia di rozze manifestazione razziali di matrice leghista il confine fra la promozione della lingua e il cullarsi sugli allori del provincialismo è sottile e pericoloso.

Lo ripetiamo in tempi di crisi finanziaria eterea e lontana la cultura deve riavvicinarsi alla terra e allora tornano buone le attenzioni di Pasolini ai dialetti a cui si accostava come ci si accosta a una lingua straniera; non come a un espediente letterario o formale, da sfruttare per aggiungere «colore», ma con il rispetto che si riserva a una cultura da difendere e salvare dall’aggressione di una barbarie massificata.

Pasolini diceva: “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”.

Ecco allora che il naturale e spontaneo sviluppo della riscoperta dei dialetti va incentivato ma non lasciato a sé stesso, aiutato a crescere e a sollevarsi sostenendolo con la qualità delle rappresentazioni che abbiano sempre le
caratteristiche tipiche dell’irripetibilità delle esperienze di una terra.

Tutto quello che abbiamo fin qui tracciato è il quadro di una politica che muove dall’assunto che la cultura è un bene pubblico, un bisogno naturale che le donne e gli uomini hanno e che deve essere garantito ai cittadini.

Come diceva Paolo Grassi al tempo in cui fu creato il Piccolo Teatro nel 1947 quale prima esperienza di teatro stabile italiano: “vorremmo che autorità e giunte comunali, partiti e artisti si formassero questa precisa coscienza del teatro, considerandolo come una necessità collettiva,come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio, alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco…”.

Certo per passare dal dire al fare bisognerebbe mettere in conto i ribaltamento delle condizioni economiche e culturali attuali.

I tagli operati ai comuni impattano sui bilanci in maniera così profonda che riducono al lumicino le possibilità di intervento.

Tali tagli fra l’altro non dipendono dai bilanci del comparto ministeriale cultura ma sono stati operati in modo lineare da un governo che bisognoso di entrate non voleva farsi carico in proprio dell’incremento di fiscalità necessario girando l’onere su sindaci e presidente.

Il PD su questo punto è già chiaro, i tagli ai comuni sono tagli ai cittadini, gli enti locali sono gli unici che riuscirebbero in breve tempo ad attivare investimenti a basso costo e ad immediata ed elevata redditività di cui
anche la cultura, soprattutto la cultura trarrebbe grandi benefici.

Comuni importanti come Perugia hanno dovuto fare ricorso in modo importante all’intervento dei privati, veri mecenati, sia per l’ordinaria gestione delle politiche teatrali che per progetti importanti urgenti e qualificanti come il recupero dell’arco Etrusco ma sempre mantenendo saldamente in mano la governance pubblica del sistema teatro, ma soprattutto, e di questo ne va dato merito alla Fondazione Teatro Stabile, mantenendo alta l’offerta culturale.

Solo marciando su questo terreno riusciremo a ridare tono e dignità alla parola cultura e a sentire e a far sentire la voce di tanti operatori, artisti, lavoratori di questo importante e decisivo settore per il progresso del paese.

 

1 comment to Stati Generali della Cultura PD Umbria – Perugia 23.11.2011 – Relazione di Nicola Mariuccini

  • ma perché io non lo sapevo? mi sarebbe piaciuto esserci!!!! Potresti Nicola per favore mettermi nella tua mailing list? Il tuo contibuto è spiazzante!!! in senso positivo of course:-))))
    guido (maraspin)

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