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Cultura del paesaggio 12.3.2012 Teatro del Pavone Perugia: Relazione di Nicola Mariuccini

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Il paesaggio é il prisma di rifrazione delle nostre città, a seconda di chi lo guarda e della posizione nello spazio o del ruolo sociale che si ha quando lo si guarda viene percepito in modo diverso e proietta la propria immagine in modo differente.

Che io sia un naturalista, uno storico, un architetto, un attore, un imprenditore edile, o un agricoltore, un operatore turistico o un turista guarderò le meraviglie del paesaggio umbro ricevendone immagini
e pensieri del tutto diversi e a volte divergenti.

Paesaggio come tempio, come vincolo, come orpello allo sviluppo, come mestiere, paesaggio come mucca da mungere finché non finisce, come valore da promuovere, come fonte di ispirazione artistica o piú prosaicamente come “motivazione del costo del mio appartamento”.

Il paesaggio cambia anche con lo stato d’animo di chi guarda, ad esempio è diverso a seconda che chi guarda stia arrivando in una città dell’Umbria ovvero la stia lasciando.

Solo chi si appresta a lasciare una delle nostre cittá “asserragliate come castelli, in cima ai poggi, come ostensori d’argento” e guarda dal finestrino “dondolato dal vagone” viene preso da una stretta di malinconia una volta “oltrepassata la cinta infame di edifici nuovi e sgarbati ” per trovarsi ancora curioso e bisognoso di avere “tanti occhi per vedere da tutte le parti, da un finestrino all’altro, col gusto di una campagna così simile a quella Toscana che però non é Toscana….la piana umbra è ancora diversa, come è diverso il giallo del canarino da quello del limone: un ette sia pure, ma nessuno sbaglierebbe un canarino con un limone.”  Parole tratte da Umbria Vera di Cesare Brandi.

E’ probabile che dipenda dalla multiforme natura del concetto stesso di paesaggio che negli anni si sia prodotta la attuale frammentazione delle competenze e delle materie che insistono sul territorio che sembra essere
metafora della scomposizione stessa del territorio.

Da tutto ciò deriva forse la atavica mancanza di una cultura unitaria del paesaggio (a cui fa riscontro una fortissima frammentazione dei saperi in questo ambito) e di un unitario concetto di interesse collettivo in grado di
guidare le scelte di trasformazione del territorio da parte delle diverse amministrazioni e dai soggetti anche privati che oggi devono essere chiamati a gestire il paesaggio.

Dobbiamo chiamarli a capirlo, a farlo proprio, acquisendo così una consapevolezza, una coscienza del valore e anche mi sia consentito quella sicurezza di sé che permette e autorizza il coraggio di intervenire per
modificare, per aggiornare, per arricchire il paesaggio con i segni del tempo presente.

Né per ricordare il passato infatti, né per sognare il futuro serve coraggio, ma ce ne vuole eccome per affrontare il presente, perché le tracce che esso lascia siano di qualità; qualità architettonica, dei materiali, della progettazione e della esecuzione dei lavori che preservi i cantieri dalla falcidie dei gravi
incidenti spesso mortali che funestano le opere.

Per costruire un’opera come il minimetró ad esempio son serviti consapevolezza, coraggio e qualità • La piena consapevolezza e coscienza (derivante dalle competenze) di un’opera che modifica il paesaggio cittadino portando novità, aggiungendo nuovi “sky line” e riqualificando quelli vecchi;

• il coraggio di affrontare i costi e i rischi che l’opera comportava;
• la qualità, non solo quella del grande Jean Nouvelle che ha immaginato e voluto rossa la sottile linea che avrebbe forzato la mano al tempo portando la tecnologia più avveniristica fino al cuore della città come Pisano aveva portato l’acqua alla Fontana maggiore pompandola in salita dal lontano Monte Pacciano.

Ma decisiva é stata anche la qualità della realizzazione che ha fatto dire all’allora Sindaco Locchi il giorno in cui fu presentata l’opera: “nessuno si é acciaccato un dito”, dichiarazione che é rimasta nella memoria e
nell’orgoglio di chi condivide una idea di progresso che tiene alto il valore e la cultura del lavoro.

La Regione Umbria oggi norma, fra le prime, le linee del piano paesaggistico, ottemperando alle richieste di legge, armonizzando quanto già di buono avevano fatto le Province (di grande valore il piano della Provincia
di Perugia), determinando coni visuali e fasce di rispetto fra i centri storici, le chiese, le ville e le anse del Tevere che é la infrastruttura naturale piú antica che passa da queste parti.

La mission del Piano è quella di assicurare allo sviluppo dei nostri territori la conservazione dei principali caratteri identitari e la qualificazione paesaggistica degli interventi di trasformazione edilizia ed urbanistica.

Proprio per la dinamicità con cui le trasformazioni avvengono, la conclusione celere delle attività di formazione di questo strumento è fondamentale in quanto deve assicurare, sotto il profilo paesaggistico, le necessarie coerenze su scala regionale (il paesaggio non ha confini amministrativi!).

Nella fase di stesura del Volume secondo del Piano, in cui si affronteranno “le regole”, il PPR dovrà saper combinare, per le ricadute che ha sulla pianificazione urbanistica, la tutela con la valorizzazione, per evitare da
un lato la speculazione offensiva del paesaggio storico e del patrimonio architettonico e archeologico e dall’altro dovrà saper cogliere le opportunità di sviluppo dei nostri territori in quanto “paesaggio è: risorsa identitaria ma anche risorsa economica”.

Dobbiamo superare insomma la dicotomia tutela – valorizzazione in cui la tutela, in una accezione vincolistica, è appannaggio dello Stato e la valorizzazione resta affidata alle amministrazioni locali: occorre una nuova
cultura e che sia condivisa.

Fino ad oggi i governi, nazionali e locali, hanno agito verso la conservazione dell’elemento paesaggio: bisogna avere il coraggio di scegliere la gestione del territorio che significa progettare e mettere a sistema il paesaggio,
organizzare gli spazi per recuperare il senso di appartenenza dei luoghi e allo stesso tempo creare ricchezza.

Alimentare La funzione del territorio rurale per una regione che fa della sua campagna un punto di forza. La produzione locale è un patrimonio da non disperdere, puntare sulla cosiddetta filiera corta e certificata, implementando la presenza dei prodotti locali nella grande distribuzione oltre che favorire la realizzazione di un agromercato, in cui i produttori possano trovare uno spazio vitale, incentivando l’aggregazione e il
coordinamento dei soggetti interessati sul territorio.

Ridefinire il rapporto città-territori. In questa ottica assumono una valenza di pianificazione urbanistica i parchi naturali e i diversi parchi fluviali del Tevere, “infrastrutture ambientali” che offrono alle città la
possibilità di sviluppare una rete organizzata delle varie risorse del territorio, paesaggistiche, storiche e culturali e che migliora l’offerta turistica (di un turista visto e sentito come “ospite”). Anche attraverso un ruolo di
protagonista degli Ecomusei, associazioni e fondazioni, che prevedono nella loro attività una larga e moderna partecipazione dei cittadini.

In quest’ottica diviene fondamentale accompagnare e riposizionare i molteplici beni culturali del nostro paese (che non saranno il 50% dell’Unesco come ebbe a dire l’ex premier Berlusconi in un giorno di
particolare ispirazione confermando la sua vena di impareggiabile gaffeur) ma sono tuttavia tantissimi.

Le chiese, i musei, le ville, gli orti botanici, le anse, ognuno di essi ha lasciato una traccia nella storia delle comunità che troppo spesso vanno inventandosi strampalate rievocazioni storiche nell’intento di creare grandi eventi quando potrebbero, mediante le tante associazioni volontarie esistenti, riscoprire le chiese abbandonate o sconsacrate incrementando il livello della domanda, in senso anche economico, di riqualificazione dei siti.

In questo senso si può affermare che un bene culturale non è di pregio soltanto se è stato in qualche periodo del secolo scorso catalogato quale meritevole del vincolo ai sensi di una delle diverse norme che regolano il
paesaggio; essi hanno valore se sanno continuare a interpretare il carattere di una comunità per come era all’epoca della sua costruzione oppure se essi sono capaci di affermarsi in ruolli nuovi e diversi del percepito culturale.

A questo scopo e ad esempio ci tengo a dire che qui a Perugia, nel capoluogo dell’Umbria progrediscono bene i lavori di recupero della chiesa di San Francesco a Prato che è un posto che di storia ne ha vista tanta:
è stata fondata dai francescani minori nel XIII secolo ospitava al suo interno opere d’arte di straordinaria importanza
• di Raffaello
• di Pietro Vannucci detto il Perugino

Ma soprattutto in questi giorni in cui si svolge l’edizione 2012 di UJ e celebriamo il ritorno di Sting, non si può non ricordare come la storia sia passata li dentro quando nel 1987 vi si tennero i concerti del grande Gil
Evans di cui lo stesso Sting disse: “la star è lui io sono solo il cantante”.

L’Umbria e Perugia non incontrano il Jazz per caso, nel Jazz le tradizioni e la cultura regionale si sposano e si rinnovano, ritrovandosi nella cultura dell’inclusione.
Il jazz è:
– inclusione sociale, perché nasce proiettando la musica e i musicisti neri nella società dei bianchi;
– inclusione culturale, perché in un continuo processo di contaminazione rappresenta la fusione, la fusion tra le sonorità etniche e i ritmi occidentali e viceversa;
– inclusione musicale, perché l’armonia jazz è il posto dove la nota stonata non solo trova spazio ma diviene ricchezza melodica, e la musica ci guadagna in ritmo, dinamicità e fluidità;

Le nostre terre si riconoscono nel Jazz non soltanto perché con i festival si riempiono di suoni e di musicisti ma perché fanno propria l’impostazione culturale aperta, dinamica e inclusiva.

Questi sono e vogliono continuare a essere i tratti identitari della cultura delle città della nostra amata Umbria.

Perugia li 12.3.2012

Nicola Mariuccini

Responsabile Cultura PD Umbria

 

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