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Volta la Carta – Storie di Cultura digitale – Relazione di Nicola Mariuccini

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Possono le parole afferrare le cose?” si chiedeva il filosofo Salvatore Natoli in un convegno di qualche anno fa organizzato da Oikos.
Il quesito è di certo suggestivo e rimanda al potere delle parole e di conseguenze al reale potere di chi le usa, alla egemonia che esse
possono esercitare sull’uomo da parte dell’uomo.

Dice Natoli: “Capita che le parole non afferrino più la realtà, che esauriscano il loro compito, che si logorino, e questo accade in modo particolare quando i sistemi, entro cui esse sono abitualmente definite, custodite, protette, si disfano.

E tuttavia proprio in queste emergenze le parole non periscono, piuttosto migrano.”
“Si parla dei media, della televisione: capita che la televisione annulli l’ascolto perché è implacabile, non fa ascoltare il silenzio e quindi non può sorgere la domanda: “è vero?”.

Non è facile rispondere alla domanda di Natoli, ma è sicuro che oggi le persone possono afferrare le parole.

Basta guardare da vicino chi usa un ormai consueto iPad per vedere come le parole si compongono, mediante l’uso delle mani, le lettere si snocciolano tra le dita andandosi a collocare dove si vuole, alternandosi o a volte sostituendosi tra loro.

Le parole poi, possono essere ingrandite, spedite, distribuite in forma pubblica o privata, mirata a gruppi determinati o pubblicata in un batter di ali.

L’uomo sembra così essere ritornato padrone delle proprie parole e mediante esse si confronta o si scontra, con gli individui che condividono il suo ecosistema e tuttavia bisogna fare attenzione al fatto che, l’estrema facilità con cui si può fare tutto ciò, non si risolva in una “illusione di potere” per dirla con Philip Dick.

Da un lato è infatti indubbio che l’uso di una applicazione come ebook author, recentemente messo sul mercato da apple, permetterà con grande facilità di creare un libro elettronico, così come è altrettanto facile che si possano a brevissimo avverare le previsioni del manager di Amazon che ha dichiarato che fra chi scrive e chi legge non serve niente e nessuno.

Dall’altro è però vero che colossi come Google e Amazon, nel facilitare le operazioni di pubblicazione azzerano la concorrenza distribuita dei tanti editori nazionali e locali piccoli e medi, tendendo a posizionarsi come grandi monopoli della editoria e della cultura.

Con un doppio negativo effetto:
– il primo e più importante anche se non immediatamente percepito è la sottrazione di spazi democratici e critici per la cultura e l’espressività. Google intercetta più del 80% dei contenuti presenti su internet, ma sappiamo che è uno spazio nato per fare business e non democrazia e anche esso, come la televisione di Natoli finisce per diluire la parola in un mare di rumore fino ad annullarla, rendendola introvabile. Filtri e meccanismi di censura elettronica poi sono in grado di fare il resto e cioè spegnere una voce o peggio non farla sentire.

– il secondo effetto negativo è quello del danno economico prodotto al tessuto editoriale locale il quale, seppure non abbia tardato a convertire la propria produzione in digitale, finisce per rimanere schiacciato dalla facilità di acquisto, dalle promozioni ma anche dall’assuefazione dei lettori che
tendono a riferirsi sempre alle stesse fonti anche perché in Amazon o in google qualcosa si trova sempre;

Rispetto a questo scenario la politica dovrebbe fare meno fatica a dare per assunto che il processo di “migrazione” della parola, non solo è irreversibile ma è già parecchio avanti come dimostra la notizia recente che la antica e prestigiosa Enciclopedia britannica chiuderà il prossimo anno l’edizione cartacea per lasciare solo la versione on line.

D’altronde la concorrenza di wikipedia si è fatta agguerrita e tutti gli studenti (soprattutto i cosiddetti nativi digitali) passano con un click dalla ricerca di scienze ai personaggi dei Manga giapponesi leggendo avidamente e imparando a memoria i contenuti.

Ebbene si, i giovani grazie a internet leggono, si incuriosiscono e approfondiscono e si impongono anche una certa precisione, stante la facilità con cui è possibile far tana al pressappochista di turno.

Il mondo della cultura (e della politica) tuttavia, fa fatica ad affrontare il tema e rischia di arrivare ad accettare la sfida quando ormai i fuochi della battaglia saranno già spenti e la cultura, le parole, sia quelle frivole che quelle profonde, avranno preso la loro strada sfuggendo forse al controllo della politica (cosa non negativa) ma non certo a quello dei grandi trust della conoscenza.

Ancora oggi in Italia le istituzioni hanno un atteggiamento benedettino nei confronti della cultura e dei libri: conservano il passato per tramandarlo a futura memoria, per renderlo leggibile ai posteri.

Presi in mezzo fra passato e futuro si lascia fuori il presente e ciò forse per mancata consapevolezza dei fenomeni, ma anche per mancanza di coraggio.
Innovare presuppone il coraggio di far saltare gli schemi su cui si è poggiata finora la cultura del paese che, numeri alla mano, non ha certo dato il meglio in termini di competitività di sé sul piano generale; se poi valutiamo la straordinaria dotazione di beni culturali e la facilità che avrebbe il capitale umano di confrontarsi con l’universo delle opere d’arte che abbiamo in Italia, allora la gestione assume tratti davvero tristi.

Ma la politica dovrebbe trovare il coraggio anche di capire che intervenire è possibile: i politici, per troppo tempo assuefatti dalla percezione della immodificabilità delle sorti dei paesi, decise chissà dove, assumono spesso l’espressione e l’atteggiamento quasi pietrificato di una Didone affranta che “conosce i segni dell’antica fiamma” e lascia partire Enea poiché mosso dalla volontà del Fato.

Certo oltre al coraggio servirebbero i fondi poiché di progetti ce ne sono ma il fatto è che se Robert Darntdon ha potuto digitalizzare 18 milioni di libri per costruire un contraltare pubblico a google libri e ad Amazon, avrà di certo inseguito un sogno e una passione, ma di certo di fondi a isposizione ne ha avuti.

I fondi per la cultura per l’Italia latitano, pochi da parte del ministero e per lo più ingabbiati in partite di bilancio iscritte da decenni nelle
solite poste, a cui si aggiunge la grave difficoltà che ha l’Italia nel accedere ai fondi europei in questo settore.

In questo quadro regioni e città sono lasciate sole a piangere la crisi dei settori tradizionali, a gridare che gli investimenti in cultura producono ritorni pari a circa sette volte il capitale iniziale, a scommettere su progetti e idee e soprattutto a riempire documenti e comunicati di buone intenzioni.

Sull’innovazione invece il discorso è diverso, l’Italia fa molta fatica a imporsi sul tavolo dei fondi comunitari e l’agenda digitale messa in campo dal governo non sembra brillare per idea di futuro eccettuata qualche confusa idea sull’effetto miracoloso che dovrebbe avere l’adozione degli open data nell’economia ICT.

Ma è possibile che non si capisca quanto sia naturale seguire il filo delle cose fin qui dette e che in tanti diciamo tutti i giorni?

Unire le tanto magnificate condizioni di partenza del nostro paese in tema di cultura con la necessità di rompere gli schemi e le gabbie incrostate e con i fondi per l’innovazione che mandiamo perduti?

Appare evidente come l’Italia debba far correre il cavallo dell’innovazione e sopra il cavallo debba esserci la Cultura, a patto tuttavia che essa sia capace di cogliere tutte le opportunità che oggi derivano dal digitale e dall’incontro con i grandi network sociali e culturali.

Per cambiare dovremmo anche porre attenzione a evitare investimenti in sovrapposizione a quello che i privati già fanno agevolmente e mi riferisco alle molteplici immagini che, di ogni città, abbondano su Flickr alimentato dalla passione degli amatori e dei professionisti che provvedono ampiamente a qualificare una offerta turistica forse ancor meglio e più efficacemente di quanto possa fare un servizio pubblico.

Il lavoro da fare per le istituzioni é semmai quello di alzare l’asticella della qualità, stimolando così l’attenzione degli studiosi, dei professionisti, degli architetti, dei restauratori, così da riappropriarci del ruolo che ci compete per storia e tradizione: tornare a essere una fabbrica di cultura.
Se riusciremo in questo, i tanto perseguiti numeri di visitatori arriveranno da sé.

Ecco allora che la madre di tutte le parole diventa “cambiare”.

Senza la voglia di cambiare, sul cavallo dell’innovazione finiremmo per metterci una cultura morente come El Cid campeador, legato da morto e lanciato al galoppo contro le truppe musulmane per dare al nemico l’illusione che fosse vivo e combattivo.

Oggi abbiamo chiamato a convegno diverse persone di alto profilo e che nutrono grande passione per i propri progetti e per il proprio lavoro, che è fatto di sfide continue.

A tutti loro, che ringraziamo, vogliamo chiedere di aiutarci Non già a disegnare le criticità che rendono difficili le realizzazioni, Non a fare una ulteriore analisi del contesto, che come ha detto ieri sera Marc Augè qui a Perugia di analisi se ne fanno fin troppe.

Augé ci ha detto che ora di tornare a credere nell’avvenire e nel potere delle idee di cambiare le cose, si potrebbe cominciare da qui.

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