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Agenda digitale, chi l’ha vista? Schumpeter, l’innovazione e il sonno della PA

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Finanche la Moleskine, la celebre agenda, diventa digitale ma per la PA l’orologio segna sempre le ore 10 calma piatta.

“Che fine ha fatto l’agenda digitale? In Italia chi affronta questi temi rischia di essere la vittima ideale della canzonatura di Renato Carosone Tu vuò fa’ l’americano“.
Inizia cosí il bell’articolo di Massimo Sideri sul Corriere della sera di qualche giorno fa.(Leggi l’articolo)

E’ capitato anche a me, dopo il post in cui parlavo del portale del Comune di Perugia e l’articolo che ne è seguito su Il giornale dell’Umbria a firma di Luca Fiorucci , mi sono sentito dire da più persone: “tu sei avanti” e la cosa mi fa letteralmente uscire dai gangheri.

L’agenda digitale italiana inizia con un punto che già di per sé attesta un inaccettabile ritardo (altro che essere avanti): la mancata attuazione del CAD (codice dell’amministrazione digitale).

Concetti come “dematerializzazione”, “firma digitale”, “conservazione sostitutiva”, “posta elettronica certificata”, “trasparenza e pubblicità degli atti” sono stati quasi completamente disattesi come se non ci fossero norme prescrittive cogenti già dal 2005 (7 anni fa).

Le amministrazioni si attestano al minimo, riccorono alle diverse pieghe di un diritto che tutela e garantisce la conservazione e che produce un vero e proprio rovescio sia della logica che del rispetto delle norme e sia, soprattutto della produttività.

Il paradosso e insieme il paradigma di questo ritardo bloccante è rappresentato dalla generale attuazione degli albi on line in cui si è fatto, dalla grande maggioranza degli enti, ricorso alla “scannerizzazione a posteriori”: il processo produttivo dell’atto amministrativo è cioè il seguente: esso nasce in digitale (in genere su word), viene stampato (in chissà quante copie), viene firmato (in chissà quante copie) producendo l’originale cartaceo che poi viene scannerizzato per la pubblicità di legge con buona pace della ratio legis che immaginava l’adozione dell’originale digitale. Siamo al ridicolo e costoso per giunta.

Diventa poi chiaro come si frappongano mille ostacoli alla pubblicazione delle determinazioni dirigenziali, non tanto per questione di scarsa trasparenza; la stampa, soprattutto quella locale, sa già tutto sul contenuto degli atti sin dalla loro prima formulazione, anche di quelli che non vengono mai alla luce; la motivazione riguarda anche fenomeni di qualità del testo e soprattutto il fatto che le cosidette “determine” sono quantitativamente preponderanti e pertanto il processo di scannerizzazione necessiterebbe sul piano organizzativo una notevole quantità di personale tanto da immaginare l’istituzione di veri e propri servizi con magari a capo un dirigente addetto alla scannerizazione delle decine di migliaia di documenti firmati a inchiostro e spediti in archivio.

Politici e dirigenti sono per lo più in tutta Italia in possesso di smartphone e tablet per consultare le rassegne stampa, visualizzare la posta elettronica e altre amenità ma apporre la firma digitale sembra essere una attività che trascende le normali capacità delle classi dirigenti del nostro paese insomma sembra roba per gente “avanti”, pur avendo la tecnologia compiuto ulteriori passi avanti come per esempio l’adozione della cosiddetta “firma remota” da parte di diversi certificatori che prescinde dall’uso delle smart card e quindi degli ingombranti lettori.

Nulla vieterebbe quindi di unire il dilettevole all’utile trasformando i fighissimi apparecchi mobile in strumenti di produzione dell’economia digitale e più in generale della knowledge economy.

Si è parlato di processo antropologico e della necessità di promuovere una rivoluzione culturale che possa permettere alla invenzione tecnologica di diventare innovazione, entrando nei processi produttivi ed alterando gli equilibri precedenti secondo lo schema teorico di Joseph Schumpeter.

Lo stesso autore attribuisce all’innovazione il ruolo di agente fondamentale del principio di “distruzione creatrice” che dopo aver alterato gli equilibri ritorna ad essere riassorbita dal sistema.

Volendo applicare la teoria di Schumpeter alla PA si potrebbe dire che lo schema innovazione-creazione funziona in un sistema di concorrenza e da ciò si potrebbe dedurre che la pubblica amministrazione necessiti di un processo di ulteriore privatizzazione.

Io non confido ciecamente nella “mano invisibile” della libera concorrenza, penso altresì che gli investimenti pubblici siano decisivi (soprattutto in periodi di trappola della liquidità come quelli attuali) per innescare virtuose trasformazioni sociali e produttive.

Le condizioni tecnologiche, ambientali e le competenze ci sono, servirebbe solo di far applicare le leggi.

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