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La cultura c’è ma non si vede, almeno non in TV

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L’attesa, Jean Calogero – 1980

La campagna elettorale per le politiche 2013 si fa tutta in televisione e non si poteva pertanto pretendere che la cultura la facesse da padrona.

La Televisione infatti è stata per 30 anni egemonizzata, nella parte privata per diritto di proprietà e nella parte pubblica per esercizio continuato di potere, dalla retorica della piccola impresa di matrice berlusconiana secondo la quale si è ammessi nel novero dei produttori di PIL, soltanto se si hanno le chiavi di una bottega.

L’artista, il poeta, lo scrittore, il regista non hanno in questa ottica una casella sociale riconosciuta e quindi non gli è concesso nè il diritto di rappresentanza, nè tantomeno la capacità di concorrere a dettare l’agenda economica del paese.

Avere avuto per anni un ministro come Bondi è il segnale più chiaro di come la Cultura abbia vestito i panni di Cenerentola.

In uno quadro siffatto immaginare la Cultura come leva dello sviluppo e del cambiamento del paese rappresenta una visione strategica molto proiettata sul futuro, suffragata da  fattori certi e in parte consolidati e tuttavia completamente assenti dal desertico scenario dell’Italia di oggi.

Questa crisi non è certamente di tipo congiunturale, essa è destinata a modificare nel profondo il tessuto produttivo internazionale creando, dove non si siano già create, nuove polarizzazioni e nuovi processi di “centrage-decentrage-recentrage” come li ha chiamati Braudel.

Gli attori in campo tuttavia, sia nelle rappresentanze di categoria sia in quelle di matrice sindacale e di conseguenza i politici, sono impregnati dei modelli del regime economico che oggi sta recitando il requiem, e pertanto  fanno fatica a immaginare il nuovo.

Non deve stupire quindi che le domande che il paese pone ai politici si orientino ancora sui vecchi bisogni, incalzando i candidati su schemi superati; lo fanno per predisposizione sclerotizzata ma anche per attaccamento alle posizioni di potere consolidate.

Il Partito Democratico che ha a cuore il cambiamento del paese in un’ ottica europea e internazionale non ha dubbi nello scegliere la cultura e l’innovazione quale perno centrale della ruota del rinnovamento economico e sociale.

Pier Luigi Bersani ha risposto con esauriente incisività e sintetica chiarezza alle 5 domande ai candidati premier poste da Il sole 24 ore dimostrando di avere una piattaforma strategica per il futuro della cultura, consapevole e non improvvisata,  frutto anche dell’elaborazione politica operata dal dipartimento di Matteo Orfini.

Nonostante questo però si percepisce, a causa di quanto detto prima, un atteggiamento dei media, soprattutto televisivi, funzionale a tenere i temi della campagna elettorale nel fango del presente e quindi lontani dal futuro, come se il “pozzo di piscio e cemento” (F.De Andrè) in cui siamo dovesse essere una eterna condanna per il nostro paese.

Articoli come quelli di Gian Antonio Stella poi, se da un lato colgono gli aspetti superficiali di questa assenza dall’altro hanno tuttavia il solo effetto di abbassare il livello del dibattito sulla cultura ad una poltiglia indistinta, provando così ad azzerare la forza delle idee di chi ce le ha.

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