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Il MS5 di Grillo interclassista? Lo sbaglio di I.Diamanti e l’abbaglio di tutta la sinistra, almeno quella ingessata che non vede una nuova classe; ma anche la rottamazione non basterà.

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I sociologi dovrebbero avere la capacità di leggere le dinamiche sociali a partire dai fenomeni e non da categorie mentali precostituite o a priori come invece potrebbe accadere ai filosofi.

Per leggere i comportamenti sociali tuttavia spesso essi si dotano di schemi adatti a favorire il rapido ancoraggio di ciò che accade a canoni di comprensione immediata.

I lettori dei giornali sono per lo più persone indaffarate e hanno bisogno che il poco tempo che dedicano alla lettura sia il più proficuo possibile, per comprendere gli accadimenti; ciò favorisce i meccanismi di semplificazione degli opinionisti che tuttavia esprimono una facilità che invece di semplificare depista.

Ilvo Diamanti afferma nelle Mappe del 11 Marzo scorso che Il MS5 è appunto un movimento interclassista per lo più perché prende voti in uscita sia dal PDL che dal PD che non sarebbero capaci di trattenere i consensi dele loro classi di riferimento.

A parte che il Berlusconismo come tutti i populismi è  già di per sé interclassista ed è riduttivo considerarlo soltanto come il punto di riferimento del “popolo della serranda”;  epperò anche lo stesso PD delle origini (quello del lingotto) nasce come la esplicità volontà di aprire la sinistra inducendola a forzare il blocco delle classi di riferimento e la conseguente conflittualità che ne deriva. Gli slogan “Si può fare” e la logica veltroniana del “ma anche ..” si inserivano in questo contesto culturale.

Il PD di Bersani è cambiato spostando “a sinistra” l’asse del proprio agire politico e la retorica del segretario dell’aiutare “chi ha di meno” ne è da un lato un esempio.

Tuttavia è chiaro ai più che qualcosa non ha funzionato, che le nuove diseguaglianze, le nuove povertà le nuove “stanche povere accalcate masse che anelano alla libertà” non si sono riconosciute nelle classi tradizionali a cui invece il PD di Bersani così come per contrasto quello di Renzi si ispirano.

Una parte del PD non vede classe che non sia operaia, non vede povertà se non da carente rapporto con i mezzi di produzione, non vede alienazione se non quella derivante dal lavoro sfruttato e ripetitivo.

Un’altra parte più aperturista pensa genericamente che il paradigma di sinistra tradizionale sia riduttivo e propone soluzioni basate più sul superamento degli schemi che non sull’analisi inclusiva e interpretativa della nuova classe sociale che si è venuta a formare e che lo stesso Diamanti, prigioniero di schemi culturali stereotipati e di modelli sociali obsoleti, pratica.

La sinistra avrebbe bisogno invece di capire, non tanto cosa sia successo  negli anni 80 e dividersi nel dibattito fra sostenitori dell’austerità berlingueriana di ispirazione pasoliniana e apologeti della terza via di Giddens e Blair, i quali sono, entrambi, residui ideologici di un’altra storia in alcun modo confrontabile con l’attuale fase economico-sociale.

Si palesa la necessità urgente di studiare le caratteristiche di una nuova classe “proletaria” di eterni giovani senza famiglia e senza prole tacciati di volta in volta di essere “bamboccioni” oppure “choosy” senza mai prendersi cura di studiarne fino in fondo le difficoltà oggettive e psicologiche, le aspettative, i bisogni.

La classe di cui parliamo è composta da individui  di una età compresa fra 20 e 40 anni, è composta da individui per lo più altamente scolarizzati o quantomeno ha alle spalle un lungo periodo passato in formazione.

La difficoltà dell’inserimento professionale ha sempre suggerito loro anche con l’appoggio della famiglie di appartenenza di proseguire gli studi secondo un percorso che è stato spesso definito parcheggio in attesa di spesso improbabili sbocchi lavorativi.

Durante il corso degli studi ha spesso accumulato una serie di esperienze lavorativa frastagliate, malamente retribuite, quasi mai attinenti al curriculum scolastico, fatte spesso per pagarsi una vacanza oppure interrotte bruscamente per l’esaurirsi del progetto professionale a cui collaboravano e a cui raramente sono riusciti a dare continuità.

Alternano stage professionali spesso non retribuiti e senza sbocchi occupazionali, a lunghi periodi di apprendistato negli studi di professionisti più o meno affermati, nel grigiore di attività di supporto e marginali, senza mai l’occasione di una affermazione e di una prospettiva personale.

La precarietà del lavoro produce incertezza esistenziale da cui nasce l’esigenza di rinviare sine die il conseguimento dell’autonomia poiché questa o sarebbe impossibile oppure costerebbe notevoli sacrifici in termini di regressione del proprio tenore di vita e conseguente perdita dello status della famiglia di origine.

Per quello che riguarda le donne poi si aggiunge la condizione altamente ansiogena di dover contemperare le attese e i rinvii delle scelte di coppia con l’inesorabile ticchettio dell’orologio biologico che, dopo i 35 anni, costruisce vere e proprie condizioni di malessere psicofisico; si può procrastinare a oltranza il limite dell’età della stabilità ma non quello della maternità.

A questo drammatico presente si aggiunge la certezza, frutto della lucidità derivante dalla propria consapevole preparazione, del fatto che il futuro non parla a loro di intuibili miglioramenti o anche di appena ipotetiche uscite dal tunnel.

L’alienazione propria degli individui appartenenti a questa classe non è pertanto legata allo spossessamento dell’oggetto della produzione, non è cioè legata al tipo di lavoro ma deriva dal non lavoro e dalla conseguente emancipazione sociale che esso consente.

La crisi poi attacca anche la fonte di reddito “di appoggio” utile come cerniera fra un compenso e l’altro derivante dalle famiglie, l’Imu rende spesso insostenibile anche l’abitare in appartamenti di proprietà della famiglia. Ciò aggiunge l’elemento della sopravvenuta improvvisa povertà alle condizioni di precarietà  fin qui elencate.

A tutto ciò si aggiunge, per la prima volta dal dopoguerra, una situazione di improvviso regresso del tenore di vita delle famiglie che produce lo sbriciolamento delle certezze e che fa dire ad un artista sensibile e popolare come Ascanio Celestini: “Lui (Grillo) parla a quella piccola borghesia che sta perdendo la lavatrice, il sottotetto, l’automobile, i contributi previdenziali. Parla ai miei coinquilini, alla mia borgata. È gente impaurita (e io dico giustamente).

La politica se vuole aiutare “chi ha di meno” deve dare risposte a questa nuova classe sociale con misure coerenti e convincenti perché per essi il tempo di aspettare é finito e perché il paese ha bisogno delle loro competenze.

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