Vignette

PD – L’ala sinistra non riparta da Paolino Pulici, gli anni ’70 sono solo storia.

Verifica questa notizia !

Dalle città, capaci di cambiare, la svolta per le nuove libertà e i nuovi diritti.

L’occasione della riunione nazionale di Rifare l’Italia mi ha dato modo di intervenire nel dibattito sul futuro della sinistra.

Incrociando le linee della acuta introduzione di Matteo Orfini ho cercato nel mio intervento di individuare nelle città la leva dell’agire politico di una sinistra del cambiamento, dell’innovazione e della coesione sociale.

L’attuale crisi della sinistra è il frutto della sconfitta elettorale del PD di Bersani che pur essendo maturata negli ultimi mesi ha, a ben guardare, origini più lontane e forse gli elettori hanno intuito la verità prima e meglio dei politici.

Il viaggio elettorale di Bersani, dalla paterna pompa di benzina fino agli ultimi giorni prima delle elezioni,  passati a rassicurare i cosiddetti poteri forti che in realtà quando si diceva più lavoro e più equità si voleva dire appena “un po’ di lavoro” e un “po’ di equità”, non è stata a mio giudizio solo una variante tattica.

E’ stata bensì l’ultimo bagliore di quella sinistra delle opportunità anni 90 che, da ex comunista, aveva cercato di promuovere  un percorso di allargamento degli steccati ideologici che avevano connotato il confronto e spesso il conflitto politico degli anni ’70 e ’80.

Con l’aiuto della legge elettorale e della spinta delle primarie si è messa in moto una locomotiva che ha raccolto tutta la sinistra e che avrebbe dovuto, a velocità crescente, condurla verso il traguardo e  invece “la storia ci racconta come finì la corsa”.

L’impatto ha avuto l’effetto di spezzare in via definitiva la colonna vertebrale della sinistra con il risultato di paralizzare anche governo e istituzioni ma dalla crisi non usciremo con  l’ennesima forzatura presidenziale.

Dalla crisi si esce solo rimettendo in piedi la sinistra, risollevandola e riposizionandola sull’onda della fase storica attuale in una situazione che il dopoguerra non ha mai conosciuto e che mette pertanto fuori causa gli strumenti tradizionali ponendo in posizione difficile gli interpreti della “terza via” che per quanto brillanti sono visti dai più o come compartecipi o al meglio rei di culpa in vigilando.

La terza via è finita e la sinistra delle opportunità appare finanche ridicola, spazzata via da una crisi profonda e duratura che annienta le speranze dei giovani, produce l’estensione della povertà e accresce l’illegalità.

A tenerla in piedi tuttavia, in questi mesi, sono state la paura del ritorno della sinistra tradizionale lato destra e dal lato della sinistra, la preoccupazione che l’attuale classe dirigente non sia stata sufficientemente incisiva per metterla in pratica; è di certo un rigurgito del liberismo sconfitto, una balena ormai spiaggiata, ma l’ostacolo è insormontabile e per superarlo serve coraggio e fantasia oltre a una visione del futuro capace e disposta a fare la storia piuttosto che a studiarla.

Il ricorso all’iconografia e al lessico sul genere di “al lavoro e alla lotta”, ancorché velati di una ironia sottile e difficile, dal sapore intellettuale, non aiuta la formulazione di un pensiero nuovo e favorisce la ragion pratica di Renzi che, emancipato dalla storia di un apparato ormai travolto dalla legge sul finanziamento ai partiti, è molto più avvantaggiato nell’incarnare il bisogno di nuovi ideali, realizzando così il paradosso che la nostalgia dei “pensieri lunghi” finisca in mano a un venditore di speranze a breve.

Il lavoro non c’è e dove c’è è cambiato, è cambiata la sua geografia come dice Enrico Moretti (docente Berkley)  che nel suo recente saggio “La nuova geografia del lavoro”, ci parla della diversa sorte delle città che declinano o fioriscono, a seconda del coraggio che hanno avuto nell’investire sui settori della conoscenza,  attraendo ingegni e competenze che hanno prodotto benessere diffuso per tutte le categorie professionali anche quelle a bassa scolarizzazione.

Secondo Moretti quelle città invece che erano fiorenti negli anni ’70 e non hanno avuto il coraggio di cambiare, oggi scontano chiusura di fabbriche, disoccupazione e salari sempre più bassi.

In Italia le città sono tutte del secondo tipo, l’innovazione passa lontano dal nostro paese e non c’è alcuna opportunità di agganciare il vagone trainante di qualsivoglia sviluppo.

La Telecom viene venduta agli spagnoli, fornendo in dote i soli proventi della telefonia cellulare, nessuna traccia di infrastrutture di banda larga perché Bernabè ha detto che gli italiani non la chiedono e anche il “vigileremo” di Letta assume un aspetto quasi sarcastico e in ogni caso denota impotenza.

Oggi le città italiane appassiscono, la gente non esce più e in strada cresce evidente l’economia dell’illegalità, della droga, del malaffare che fa sentire i cittadini meno sicuri, meno liberi, più spaventati.

Basti pensare che l’attacco più pesante che ha subito Renzi fin quì, è stata la lettera di Piero Pelù e questo non perché sia venuta dall’ennesimo rocker che ha deciso di entrare a gamba tesa nelle dinamiche del PD, ma perché le sue parole: “invece di asfaltare Berlusconi asfalta le strade di Firenze e ripulisci la città dalla droga e dagli spacciatori”, arrivano a segno nelle coscienze e davanti agli occhi dei cittadini, che in tutta Italia imputano ai sindaci le stesse cose, da Milano a Roma, da Parma a Perugia pur sapendo che la campagna elettorale è comunque un palliativo, una speranza effimera che non cambierà le cose.

La partita dell’IMU che sarà riequlibrata dall’IVA è (forse) a saldo zero per i cittadini sul piano finanziario, ma i comuni non chiudono i bilanci e i servizi urbani subiranno un altro durissimo colpo; strade che si aprono come ferite senza cura, erba che cresce e che ammanta i giochi dei bambini, lampade e lampioni sempre più fiochi che rendono la vita facile a chi vende la morte per sbarcare il lunario.

La prossima tornata amministrativa del 2014 sarà un test politico decisivo ma assai pericoloso se lasceremo che queste tematiche vengano spese a livello di mera denuncia, indifferentemente da destra e da sinistra, nel gioco asimmetrico maggioranza/opposizione, senza che il PD riesca a fare della vita delle città il perno del suo investimento per il rilancio del paese.

Nella mia città, Perugia, si è armato per esempio un dibattito tutto ideologico anche interno allo stesso PD sull’opportunità di ospitare un CIE.

I CIE sono lo strumento di attuazione della legge Bossi-Fini con l’aggiunta di Maroni che ha inserito l’ignobile reato di immigrazione.

La teoria del PD è contraria ai CIE che sono anche inefficaci ma, nella pratica, essi sono il solo strumento a disposizione della Polizia per allontanare gli spacciatori clandestini, mentre il governo non fa niente per modificare una legge che separi la sorte del clandestino che arriva a delinquere da chi è venuto per lavorare e dai suoi familiari.

Bossi, Fini e Maroni non sono praticamente più in campo, eppure nessuno riesce a dire una cosa di sinistra che serva a liberare, sottolineo liberare, le città dalla morsa della paura nelle cui ombre si allunga la mano della malavita organizzata.

Se vogliamo rifare l’Italia serve un piano di riconquista delle città per renderle più libere, pulite, trasparenti.

1 comment to PD – L’ala sinistra non riparta da Paolino Pulici, gli anni ’70 sono solo storia.

  • gabry

    Interessante riflessione che spazia nel tessuto, si,delle città ma che alla fine delinea la politica nazionale, miope alle vere esigenze delle persone che continua a non decidere per non perdere i privilegi. In questo contesto alla fine anche il nulla avvolge il centro sinistra che con la sua fragilità arroganze troppo spesso perde di vista il noi per prediligere l’io .

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>