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Mia Madre – l’ultimo saluto di Nanni Moretti a se stesso

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Mia Madre di e con Nanni Moretti

1) Non ho mai amato Nanni Moretti e non sono stato mai splendido;

2) sono rimasto turbato (non in positivo)  da alcune scene di questo film tanto da sentire il desiderio di abbandonare la sala;

3) Dopo aver letto la stroncatura di Mariarosa Mancuso su Il foglio dal titolo L’orfanello, ho pensato che orfana di Moretti si sia sentita lei.

E’ probabile che gli amanti della retorica dell’anti retorica e del cinismo morettiani si sentano infatti in difficoltà perché queste armi sono stavolta rivolte contro di sé; in mia madre Moretti infatti  arma contro se stesso sé mutuando Vittorio Sereni.

La Buy regista incapace di emozioni (e di emozionare) e il fratello (Nanni Moretti) rappresentano lo specchio ingannatore in cui due personaggi rappresentano un uomo solo: il regista che è stato e l’uomo che, con la scomparsa della madre, si accorge che avrebbe voluto essere. Comprensivo, presente, capace di sucistare negli altri sorrisi di gioia e non solo sarcastici.

Di definire la vita artistica e umana se ne occupa il fidanzato della Buy dopo essere stato abbandonato senza un sussulto e lo fa accusandola di non essere stata mai capace di chiedere ai propri attori un empito di umanità, anzi di aver sempre chiesto loro di giudicarsi da fuori mentre recitavano.

Una delle ultime frasi che pronuncia la madre (professoressa di latino) prima di morire è sull’importanza dell’analisi logica mentre entrambi gli alter ego di Moretti nel finale ascoltano con attonito stupore i racconti di un alunno della mamma che gli racconta di come ella fosse capace di comunicare emozioni e gioia con grande naturalezza e di quanto per questo fosse amata dagli scolari.

Turturro in una volutamente sconclusionata interpretazione si fa amare da tutta la troupe abbandonandosi ad un ridicolo e ingenuo ballo dopo aver litigato con tutti per non essere stato capace di essere all’altezza del ruolo che la carriera gli aveva consegnato.

Le scene in ospedale sono ostentate e molto fastidiose, a volte anche offensive dell’intimità di quelle situazioni; credo che il dolore andrebbe rappresentato con maggior leggerezza anche per rispetto dello spettatore.

 

 

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