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Erri De Luca e Muccino, travolti da un insolito destino e una morale nel finale

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In questi giorni abbiamo assistito a due dichiarazioni che hanno colpiti due miti dell’universo valoriale dell’Italia contemporeanea.

Il primo mito è Pier Paolo Pasolini (figura consolidata e inamovibile nel panorama valoriale che è stato oggetto di una critica graffiante ad opera del regista Gabriele Muccino.

Il secondo mito è Erri De Luca (figura in via di formazione nell’immaginario delle idee libertarie e antagoniste) che è stato autore di aspra condanna contro se stesso.

Pier Paolo Pasolini è stato citato (a sproposito) anche dal Premier Matteo Renzi che, il giorno dell’anniversario della morte  (2 novembre 2015) ha pensato bene di usare una sua frase come una clava contro la sinistra del PD. La ricorrenza di un giorno triste per il nostro paese come quello della scomparsa di un grande intellettuale da parte di un’alta carica istituzionale dovrebbe essere l’occasione per celebrare la figura in sé o per tacere. Farne un uso strumentale per beghe di partito non è bello, si può fare ma sta brutto.

La frase di Renzi è passata tuttavia sotto silenzio (per una volta) perché quella di Muccino è esplosa con tale forza da funestare il tranquillo orizzonte cultruale italiano che il 2 novembre si era già comodamente adagiato nel rito celebrativo (un po’ borghesuccio ahinoi) delle variegate citazioni di PPP presenti in abbondanza sul Web e spesso utili a mostrare di stare sempre dalla parte del giusto e soprattutto di essere “in onda”, di stare “tuned”.

Capita che Muccino e Pasolini siano due registi dallo stile opposto sul piano cinematografico e probabilmente opposti anche sul piano delle proprie scelte di vita e di come affrontarla.

Risulta pertanto abbastanza logico che Muccino pensi quello che ha detto e nemmeno colpisce, che tante persone abbiano sollevato l’atteso (da Muccino, credo) polverone, fatto di slogan da stadio buoni a commentare l’evocativa partita povertà VS opulenza, e coraggio dissacrante VS pavidità conformista.

Muccino è un tipo sveglio. E’ un valido registra, con molto mestiere e discrete capacità tecniche  mediante le quali è entrato (volentieri) a far parte di uno show business che dispensa riconoscimenti e bella vita. Tende a raccontare le storie in modo leggero e godibile e non a giudicarle; lo fa  tenendosi lontano dalle trazioni etiche ingombranti. I suoi film fanno riflettere un po’ ,almeno fino all’uscita del cinema, sempre che riaccendendo il telefono, non leggiamo un risultato inatteso della nostra squadra del cuore.

Pasolini invece era un intellettuale a tutto tondo che ha fatto anche cinema, usando il mezzo espressivo con intelligenza e curiosità poiché per lui la macchina da presa era la protesi tecnologica dei suoi occhi, quelli con cui guardava la realtà, la studiava, la giudicava, la capiva e la faceva capire

Non credo che Muccino abbia usato (come Renzi) la figura di Pasolini per alzare un’onda di cui intendesse cavalcarne la cresta (ho prima detto che è sveglio e non ha fatto una furbata) penso anzi che abbia solo avuto il cattivo gusto di fare quell’aspra critica (a mio giudizio sbagliata e sguaiata) il giorno di una ricorrenza funebre in cui sarebbe utile (come dicevo prima per Renzi) fare uno sforzo di ricostruzione profonda e complessiva di un autore di tale portata culturale.

Lo spettacolo peggiore lo hanno dato gli spalti però: credo che Pasolini che era un coraggioso analista e a suo modo un censore di costumi, bassezze umane e conformismi non avrebbe voluto essere difeso in questo modo aprioristico e ideologico, poiché anche Pasolini era e si riteneva fallace e soprattutto non praticava slogan.

Con De Luca è successo il contrario: dopo essersi difeso brillantemente sulla vicenda No Tav con una invettiva così incisiva da condizionare l’esito del processo si è proddotto appena qualche giorno in una dichiarazione opposta sostenendo chi aveva denunciato Giletti per avere espresso una opinione su Napoli.

La sconfitta celata in queste due tristi vicende è quella di chi, nella difficoltà di dare un senso alle cose, si accasa sulla ricerca degli eroi per farsi una opinione senza grandi sforzi e darsi uno stile.

Se Dio è morto gli idolatri soffrono … e fanno soffrire

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