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Sandro Penna – Il poeta e la città – Il mio intervento alla conferenza del 20 marzo al Caffè di Perugia

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ilpoetaelacittàE’ bello ringraziare tutte le persone che sono venute domenica 20 marzo alla giornata di riflessione su Sandro Penna e il suo rapporto con la città di Perugia.
Di seguito il testo integrale del mio intervento introduttivo alla conferenza con Alfonso Berardinelli e Annalisa Comes

 

lettera-siamo qui per parlare del rapporto fra Penna e la sua città, la nostra Perugia.

Spesso sono stati ricordati i luoghi di Penna ma una città non è solo fatta di toponimi è fatta di coscienza cittadina, di carattere collettivo di comunità

L’ambiente in cui un uomo cresce fino a più di vent’anni è sempre decisivo per formare l’uomo, la sua coscienza, la sua sensibilità il suo modo di esprimerla

Perugia deve trovare modo, in questa decennale ricorrenza, di ricomporre le fila di un rapporto strabico con Sandro Penna, a cominciare dal riconoscimento della sua grandezza.

Dovremo interrogarci come sia possibile che Penna sia, da tutti i critici, riconosciuto come uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano, che la sua fama sia attestata a livello internazionale e che la città che gli ha dato i natali e in cui è cresciuto, non lo sappia o se lo scordi o faccia finta di scordarsene

Qual’è la ferita reciproca, quale la lama con cui Penna e Perugia si sono tagliati che ancora brucia ed ha bruciato fino alla sua morte?

Quale il motivo per cui solo nel 2006 per il centenario si è individuata con precisione la casa e vi si è apposta una targa grazie alle ricerche di Giulietta Mastroianni e all’impegno di Sandro Allegrini?

Ora le rubo le parole professor Berardinelli, come farebbe un ladro di poesia; lei vede Penna “immerso nell’altrove” e si chiede: “Da dove viene Penna?”.

Noi di Casapoesia siamo convinti che Sandro Penna venga giusto da Perugia e qui si sia formata la sua poesia fra gioie, piaceri e difficoltà.

Certo per un poeta, il rapporto con il natio borgo selvaggio non è facile, ancor più difficile per un uomo come Penna che non era solo un “saccentuzzo” ma portava dentro di sé l’infamia della diversità sessuale e psicologica.

E tuttavia anche Perugia ha un carattere peculiare che la distingue da altri borghi, anche umbri e questo deve aver giocato un ruolo particolare nella vicenda del riconoscimento cittadino a questo genio della poesia e della letteratura

Tutti i borghi hanno dei vicoli oscuri dove la luce fatica ad entrare, dove vi si accede quasi dovendo abbassare la testa; non tutte le città hanno tuttavia un corso della ampiezza di Corso Vannucci e una piazza spazzata dalla tramontana e riempita di luce.

Non è difficile immaginare il rapporto ambivalente con la luce la sua sensibilità fotografica nel registrare e fissare in due frame la luce intensa degli azzurri mattini e piazza San Francesco, “là dove io dovevo lasciare la celeste luminosa aria della primavera umbra per calarmi entro uno dei soliti archi che in quel caso mi portava al buio della scuola

Penna gioca di otturatore e diaframma con le parole per raccontare la luce e illuminare o spengere le strade, i colli visti dalla finestra e i fanciulli, fissandone le pose, i momenti, le smorfie “con gli occhi tonti ferma la saliva” usa questa immagine per descrivere la sensazione di stupore provata nel guardare un ragazzo uscire da un negozio

Ma un borgo non è solo luce e leggerezza, non è solo chiaroscuro e immediatezza; una città come Perugia può essere un giudice severo, un tribunale morale in servizio permanente ed effettivo.

I ragazzi a Perugia si muovono da sempre su e giù a fare vasche, dice Penna: “Ma tutti ci si poteva poi rivedere, era quasi certo, al passeggio del «corso». C’erano delle ore in cui era difficile non essere presenti. L’assente era sospettato in disgrazia. Noi giovani poi consideravamo un dovere fare il «corso» molte volte, anche se soffiava d’inverno «la tramontana» E dovevamo lo stesso arrivare a toccare il parapetto sulla magnifica vallata, di cui abbiamo parlato, giacché era quest’ultimo il tratto più gelido, come si può immaginare, il più eroico

Ancora oggi è così e mio figlio fa quello che facevo io, che poi è quello che facevano gli amici di Penna all’inizio del secolo e tutti noi sappiamo quale sia il rapporto che sviluppa crescendo il perugino con il suo Corso Vannucci.

La platea magna come viene chiamata la parte più nobile del centro storico, con il corso Vannucci che congiunge piazza IV novembre con i giardini Carducci è così ampia luminosa e tuttavia “finita” che in questo passeggio ci si sente identificati, individuati, giudicati, dalla austera e sobria eleganza degli altissimi palazzi e allora anche i gesti e gli abiti devono essere consoni, formali, misurati e anche quando proprio si voglia andare sopra le righe è necessario attenuare.

Se una ragazza per esempio decidesse un giorno, per un empito di vanità ovvero per dare una lezione ad una amica concorrente in amore, di slacciare un bottone della camicetta e vincere per una volta il pudore, dovrà curare di non avere altre sbavature o praticare altri eccessi estetici, poiché tutto è consentito ma nella misura in cui possa rientrare nella media.

La piccola comunità tende a stritolare il diverso, a costruirgli una gabbia intorno e a frustrarne la naturale espressività, fino alla depressione, stringendo anche fino ad uccidere.

Vengono in mente le parole di Chico Buarque (che non definirò qui grande solo perché stiamo parlando di Penna) in Mar y luna:

Amaron el amor prohibido
Hoy eso es sabido
-todo el mundo cuenta
Que una andaba lenta
Con uma iba preñada
Y otra iba desnuda
Ávida de mar

Amarono l’amore proibito,

ma oggi si è saputo,

e tutti narrano

che una andava lenta,

gravida di luna,

e un’altra andava nuda

avida di mare

Le due amanti scoperte dalla gente del villaggio le cui poche anime diventano tuttavia todo el mundo nel sistema relativo del piccolo borgo, si uccideranno gettandosi in mare e tenendosi per mano mentre Sandro Penna, cacciato anche di casa dal padre deciderà di lasciare la città e chiudere per sempre, a parte rari momenti di ritorno, l’esperienza perugina.

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore

La convinzione è che dal rapporto ambivalente con questo stringente giudizio di comunità che gravava sulle spalle di Penna tale che arrivò a definirsi da sé mostro, scaturisca il rapporto strutturale della sua forma poetica in rapporto al contenuto della sua poesia.

La formale etica piccolo borghese che Penna respirava nel suo negozio che si trovava proprio qui, nel luogo in cui siamo ora a parlare diventa lingua “Mio padre aveva un negozio di varie cose, una specie di bazar, proprio ad un angolo del «corso». Io stavo lì dentro molto spesso, curioso dei clienti ma pronto a ricacciarmi nella lettura di Rimbaud dopo aver spinto qualcuno all’acquisto di tre saponette a lire cinque piuttosto di una a lire due. In questo negozio passavano le persone importanti della città e di maggior orgoglio, quelle che a Perugia sostavano in tutta fretta”.

E’ naturale che un quotidiano vissuto in questo modo non possa non influire sull’impostazione linguistica. Sul linguaggio di Penna infatti Garboli è chiaro: “Penna è poeta […] di registro linguistico piccolo-borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo”.

Nella sua poesia emerge, come anche si diceva prima per la luce, un palese contrasto con il contenuto erotico e scabroso dei suoi versi e lo stile classico ha una funzione di filtro, di ammortizzatore dell’impatto generato dalle improvvise ma naturali eruzioni omoerotiche tendenti alla pederastia.

Garboli poi aggiunge: “il suo frequente ricorrere “alle tecniche dell’attenuazione o dell’eufemismo” servono a limitare l’urto sul lettore prodotto dal contenuto della sua poesia che è la “più ricca di libido di quasi tutto il Novecento

Ecco allora che anche quando nel confronto fra la serenità familiare raccontata con dolcezza e cinematografica essenzialità e la sua propria natura, Penna denuncia tutti i suoi limiti, la sua incapacità di essere normale.

È l’ora in cui si baciano i marmocchi
assonati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade, coi miei occhi
inutilmente. Io, mostro da niente

Egli si dice mostro, si ma da niente, per attenuare appunto, un tantino, come diciamo noi a Perugia

Insomma la gabbia sociale imposta dalla comunità cittadina sull’uomo Sandro Penna diventa una gabbia linguistica e strutturale in cui la sua poesia trova equilibri e ritmi particolari e impareggiabili e per paradosso, tanto maggiore è la compressione esercitata sull’uomo tanto più in alto vola la sua poesia che figlia del piccolo centro assume un rilievo universale.

E’ chiaro che l’universalità di Penna non è data dalle influenze poetiche dei vari Leopardi e D’Annunzio ma dalle sue capacità di registrare in tempo reale le sensazioni con cristallina precisione e di riprodurle subito, sul primo foglio di giornale che trovava a portata di mano.

Infatti non tutti i poeti e le personalità ragiscono alla stessa maniera alle medesime condizioni sociali.

E’ il caso di Claudio Spinelli per esempio con il quale vorrei chiudere questo mio intervento anche per lanciare un ponte verso prossimi orizzonti di ragionamento di Casapoesia.

Con Spinelli siamo sempre a Perugia, la stessa comunità e lo stesso metro di giudizio etico; nasce anche lui il 12 giugno come anche Penna di qualche anno più tardi, nel 1930 un anno dopo che Sandro Penna aveva lasciato Perugia.

Per Spinelli la Perugia che per Penna è una gabbia diviene placenta, luogo naturale dei suo movimenti e del suo agire la città è come un acquario di cui è il pesce più visibile ed elegante, il più ammirato.

Fine politico, con lo stile sornione, grifagno Spinelli è integrato perfettamente nell acomunità perugina tanto da rappresentarla non solo sul piano espressivo ma anche politico (fu consigliere regionale).

Il suo linguaggio è incisivo e centrato solo quando si esprime in dialetto usato in modo ironico e composto, mai triviale e tuttavia pratico a volte.

Anche in Spinelli la sensibilità e la dolcezza dei contenuti e la forma creano spesso contrasti interessanti e suggestivi.

In questo caso tuttavia l’elemento gabbia è ribaltato: se in Penna la forma classica diviene il veicolo comunicativo mediante il quale la poesia trascende la dimensione cittadina, per Spinelli il dialetto diventa per anni una prigione linguistica.

Ciò a causa della storia della lingua Italiana che per affermarsi ha confinato i dialetti e con essi le tante forme spesso alte come quella di Spinelli a una generica dimensione localista piuttosto che nella sua funzione espressiva volta a cercare energia linguistica dal basso.

Solo ora con antologie come Dialetto lingua della poesia. Antologia di Ombretta Ciurnelli, pubblicato molto recentamente, le gabbie linguistiche dei dialetti si allentano e si aprono per ridare a chi merita il proprio spazio di rappresentanza all’interno di un panorama poetico nazionale.

Di Claudio Spinelli avremo modo di parlare in futuro tuttavia ora torniamo a Penna

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