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Sara, la pira ardente dell’indifferenza e del senso di colpa collettivo fra mille accuse e poche speranze

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Immagine da Burn the witch dei Radiohead

"E forse è per vendetta, 
e forse è per paura  
o solo per pazzia, 
ma da sempre tu sei quella che paga di più
se vuoi volare ti tirano giù
e se comincia la caccia alle streghe
la strega sei tu."

Il riflesso collettivo a cui abbiamo assistito sui social network, appena appresa la notizia della orribile morte di Sara, induce a fermarsi a pensare e a interrogare il profondo delle nostre coscienze sconcertate da episodi frequentissimi di violenza al rialzo.

La voglia di colpire il colpevole, di castrazione (chimica e non solo), di rispondere con la legge del taglione e oltre,  pur essendo comprensibile e giustificata anche dall’onda emotiva montante, oltreché dall’orrore è solo bisogno di giustizia, oppure cela un senso di colpa che ci accomuna e che cerchiamo di esorcizzare scaricando la rabbia sul colpevole di turno?

Non sarà il frutto della nostra incapacità di capire dove sia il punto di rottura in cui accade che i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici, passano dal guardare l’orrore nel digitale di una serie TV come gomorra (si anche la serie gomorra crea spirito di emulazione secondo me) o di un gioco FPS come Postal o GTA, al momento in cui decidono di passare a via di fatto e “giocare” in prima persona davvero con una vittima vera?

Quale è il point break mentale in cui l’odio accumulato da una società che lo alimenta fino allo spasimo, trasforma una finta passione, una delusione di “non amore” nell’esplosione della cinica violenza che trabocca in noi per sedimento quotidiano e che si sfoga al primo insorgere di una delusione  forte?

Il finto amore e le delusioni nei soggetti colmi d’odio è in grado di spezzare il diaframma ormai sottile fra finzione e realtà e trasformare quello che fino a qualche istante prima era “l’amata”, lo specchio adorato del proprio narcisismo, in una prostituta e una strega da colpire con cinismo e lucida violenza degna di un Torquemada?

Nell’immagine qui sotto è riportata una frase tratta da una ricerca di Alessandro Gabbiadini sugli effetti (diversi fra maschi e femmine) del consumo ripetitivo di violenza gratuita che va in onda negli schermi che i nostri figli adolescenti guardano, nel trance indotto dalla velocità e dai richiesti rapidissimi tempi di reazione dei “giochi”  oltreché  dal poderoso sistema di marketing che sostiene quel mercato.

gta

Come al solito ormai sostituiamo l’indignazione alla crisi di coscienza, ci riconosciamo sia nelle vittime che nei carnefici o nei loro genitori che negli inerti spettatori o passanti,  ma visto che c’è un colpevole azzanniamo l’osso, sfogando il senso di colpa almeno fino alla prossima volta, finché non tocca a noi o ai nostri cari morire del colpo alla tempia della roulette russa che è diventata la vita.

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