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Le mele e le pere – L’impossibile paragone fra le feste de l’Unità e quelle del PD

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Young woman holding apple and pear in her hands, isolated on white

Si è appena conclusa a Perugia la Festa de l’Unità nazionale della Cultura del PD, mi è stato chiesto di occuparmi del programma per la parte regionale, ho accettato con onore, piacere e qualche riflessione a cavallo fra il politico e il personale.

La festa di Perugia ritorna a Pian di Massiano dopo tanti anni, praticamente là dove l’avevo lasciata.

Abbracciava tutto il palazzetto dello sport e ora si sistema al percorso verde, in un’area più frequentata, più bella sul piano estetico, molto più piccola sul piano degli ingombri.

5 ristoranti, 2 bar, 3 palchi, 17 giorni, 220 volontari, 20.000 pasti, una web radio ante litteram, cinema, teatro, cabaret, spazio giovani; questi i numeri della festa dei DS del 2007 prima di sciogliersi.

Il nome è lo stesso ma la sostanza è tutta diversa, il confronto è impossibile a meno di non voler scendere nel patetico. E non potrebbe essere che così visto che sono due espressioni di modelli di partito completamente diversi, pur essendo l’uno figlio dell’altro.

Valeva la pena per me che ero stato l’organizzatore dei “17 days” collaborare a questa festa della cultura? Ho pensato di si e non solo e non tanto per disciplina di partito ma per una serie di riflessioni politiche che ho fatto e che oggi divengono per me ancor più chiare e urgenti.

  • Il PD ha ucciso il padre, la sua mano è stata armata da un impeto violento del paese intero che ha scatenato sui partiti politici e sui loro simboli, la furia iconoclasta di un movimento antipolitico figlio di una crisi economica lunga e avvilente che ha messo sul ceppo la testa di partiti e istituzioni. Essi sono stati percepiti dalla maggioranza dei cittadini come due colonne uguali della stessa torre d’avorio. Le istituzioni si sono salvate (per ora) e con esse la democrazia, i partiti no. Non almeno nella forma organizzata che hanno avuto nel dopoguerra.
  • L’azzeramento dei finanziamenti e della struttura funzionariale, l’avvento delle primarie per la scelta dei gruppi dirigenti (con relativo azzeramento del valore politico del tesseramento), l’invecchiamento anagrafico di tanti storici militanti e non ultimo il definitivo abbandono dell’esperienza comunista e del suo spirito di comunità, hanno stravolto del tutto la natura antropologica dell’apparato. Pensare di tenerlo ancora legato a un cavallo come El Cid Campeador dopo morto, sarebbe solo un tragico, inutile espediente, un palliativo per curare la nostalgia con effetti nefasti anche sulla memoria e sul suo rispetto;
  • Mi interrogo, in questi mesi di divisioni politiche, sul fatto se abbia valso la pena o meno sul piano storico di tenere in vita l’apparato del PCI, con i suoi rituali, con le sue forme comunitarie in un partito che ne avrebbe rivoluzionato il ruolo storico e politico. Mi chiedo se esso non abbia avuto un effetto freno, un azione conservatrice e quindi non abbia minato dall’interno la spinta riformatrice degli anni ’90 che si è risolta, dopo più di vent’anni, con un buco nell’acqua sul piano storico. Per tanti anni la sfida di traghettare l’apparato verso la nuova sinistra è stata la mia sfida, a Perugia l’ abbiamo vinta contemperando per anni governo cittadino e spinte civiche, ma sul piano nazionale è probabile che sia stata uno dei vulnus della fallimentare esperienza della sinistra post PCI.
  • Non serve più a niente un partito senza apparato? E’ destinato a diventare un comitato elettorale o un incrocio di venti di varie correnti contrapposte e bloccanti? Credo di no e sono convinto di aver intravisto in questa festa regionale e nazionale della cultura di Perugia i fermenti di qualcosa di nuovo, un intuizione prima ancora che un progetto vero e proprio, qualcosa su cui investire impegno e intelligenza collettiva.
  • Finito il partito comunità deve per forza spegnersi anche il partito progetto? Abbandonata l’idea della differenza antropologica della sinistra e delle sue identificazioni simboliche con i miti contrapposti ante 1989 non c’è comunuqe la necessità di un luogo di incontro di intelligenze affini che si misurano sui problemi con competenza e lungimiranza? E’ davvero obbligatorio arrendersi al fatto che l’esercizio del coinvolgimento dei cittadini nei progetti politici sia da ascrivere alla sola partecipazione istituzionale? O non si disegna anche nel più libero esercizio del partito funzionale anche ad accogliere gli esclusi e a includere quel che la burocrazia ingessata delle istituzioni può lasciare fuori?

La festa della cultura a Perugia è riuscita  a mettere in campo almeno 3 iniziative politiche e culturali al giorno per 7 giorni: discusisoni su progetti di legge, presentazioni di libri di scenario politico, bisogni, criticità e progettualità regionale su danza, teatro, editoria.

Non mi sembra poco per un partito che ha voglia di rialzare la testa.

C’è del futuro in queste intuizioni bsogna solo avere più coraggio e cambiare modello con maggior decisione.

 

 

 

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