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Rocca Paolina – rendering mozzafiato sulla storia della rocca

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Va dato atto alla amministrazione Romizi e all’assessore alla cultura e turismo Teresa Severini di avere avuto la sensibilità di pubblicare sul sito del Comune di Perugia questo video, questa perla storico architettonica di Paolo Camerieri e Francesco Miniati.

E’ anche necessario riconoscere, da parte di chi come me, ha fatto parte della precedente maggioranza cittadina che il video era stato messo in stand by insieme alla sorte generale del museo della rocca.

Solo in fine legislatura con una mozione bipartisan voluta da me e da Teresa Bellezza avevamo tracciato le linee guida di un progetto di grande “Valorizzazione della Rocca Paolina come luogo di memoria e creatività” al fine non solo di fissare l’attenzione di “Migliaia di persone transitano tutti i giorni in su e in giù ma nessuno si ferma un attimo, nessuno forza la mano al binario invisibile che conduce alla meta per piegare in basso la propria traiettoria e vedere le sale meravigliose e lo spettacolo di un itinerario che varrebbe da solo il costo del viaggio a Perugia” ma anche funzionale al percorso didattico formativo dei nuovi perugini, è infatti “… alle scuole di tutta la provincia che ci si dovrà prevalentemente rivolgere favorendo, attraverso l’istallazione e il funzionamento di attività non saltuarie, la disponibilità di un bene che ha in sé le potenzialità per custodire il passato e proiettarci verso una nuova azione educativa fondamentale per la crescita sociale ed economica di oggi e di domani“.

Il museo non ha funzionato per diversi motivi il primo dei quali è che il frettoloso transito di passaggio, ancorché investa decine di migliaia di persone al giorno, non favorisce l’attenzione al museo; il secondo motivo è che, nell’era dell’ application mobile, un museo più o meno tecnologico fisso non ha più senso di esistere.

Meglio puntare sulle competenze storico artistiche e tecnologiche dei giovani per costruire forme di content, come il video di Camerieri e Miniati, anche in pillole o ludico didattiche, così da creare un diffuso didattico con le scuole, a cominciare da quelle della provincia di Perugia e poi di slancio puntare al turismo scolastico interregionale.

Sarebbe interessante ritrovare oggi quello spirito cittadino di allora che vide le parti politiche avverse, incrociare positivamente le idee in nome dello sviluppo di una radice cittadina, della coscienza libertaria di Perugia e dei perugini il cui coraggio dimostrato con la guerra del sale fu letteralmente tombato con la costruzione di questa rocca “punitiva” di cui lo stesso video si esprime con parole nettissime:

… i nuovi Giove e Dioscuri erano ormai rappresentati dalle armi del Papa e dei nipoti … Ma al Papa non bastò e nel settembre del 1541 …. si cambia il progetto radicalmente … cade la maschera la rocca è sola contro la città non la difenderà mai da niente”

“Questa costosissima e inutilissima mole, come fu definita da molti contemporanei, così introversa chiusa e ostile nei confronti della città rimase per sempre un corpo estraneo e nel 1860 al secondo tentativo Perugia se ne liberò.”

E’ ora che la città si riappropri di quella che ormai è la sua Rocca frutto del coraggio e delle sofferenze dei perugini.

 

Sandro Penna – Il poeta e la città – Il mio intervento alla conferenza del 20 marzo al Caffè di Perugia

ilpoetaelacittàE’ bello ringraziare tutte le persone che sono venute domenica 20 marzo alla giornata di riflessione su Sandro Penna e il suo rapporto con la città di Perugia.
Di seguito il testo integrale del mio intervento introduttivo alla conferenza con Alfonso Berardinelli e Annalisa Comes

 

lettera-siamo qui per parlare del rapporto fra Penna e la sua città, la nostra Perugia.

Spesso sono stati ricordati i luoghi di Penna ma una città non è solo fatta di toponimi è fatta di coscienza cittadina, di carattere collettivo di comunità

L’ambiente in cui un uomo cresce fino a più di vent’anni è sempre decisivo per formare l’uomo, la sua coscienza, la sua sensibilità il suo modo di esprimerla

Perugia deve trovare modo, in questa decennale ricorrenza, di ricomporre le fila di un rapporto strabico con Sandro Penna, a cominciare dal riconoscimento della sua grandezza.

Dovremo interrogarci come sia possibile che Penna sia, da tutti i critici, riconosciuto come uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano, che la sua fama sia attestata a livello internazionale e che la città che gli ha dato i natali e in cui è cresciuto, non lo sappia o se lo scordi o faccia finta di scordarsene

Qual’è la ferita reciproca, quale la lama con cui Penna e Perugia si sono tagliati che ancora brucia ed ha bruciato fino alla sua morte?

Quale il motivo per cui solo nel 2006 per il centenario si è individuata con precisione la casa e vi si è apposta una targa grazie alle ricerche di Giulietta Mastroianni e all’impegno di Sandro Allegrini?

Ora le rubo le parole professor Berardinelli, come farebbe un ladro di poesia; lei vede Penna “immerso nell’altrove” e si chiede: “Da dove viene Penna?”.

Noi di Casapoesia siamo convinti che Sandro Penna venga giusto da Perugia e qui si sia formata la sua poesia fra gioie, piaceri e difficoltà.

Certo per un poeta, il rapporto con il natio borgo selvaggio non è facile, ancor più difficile per un uomo come Penna che non era solo un “saccentuzzo” ma portava dentro di sé l’infamia della diversità sessuale e psicologica.

E tuttavia anche Perugia ha un carattere peculiare che la distingue da altri borghi, anche umbri e questo deve aver giocato un ruolo particolare nella vicenda del riconoscimento cittadino a questo genio della poesia e della letteratura

Tutti i borghi hanno dei vicoli oscuri dove la luce fatica ad entrare, dove vi si accede quasi dovendo abbassare la testa; non tutte le città hanno tuttavia un corso della ampiezza di Corso Vannucci e una piazza spazzata dalla tramontana e riempita di luce.

Non è difficile immaginare il rapporto ambivalente con la luce la sua sensibilità fotografica nel registrare e fissare in due frame la luce intensa degli azzurri mattini e piazza San Francesco, “là dove io dovevo lasciare la celeste luminosa aria della primavera umbra per calarmi entro uno dei soliti archi che in quel caso mi portava al buio della scuola

Penna gioca di otturatore e diaframma con le parole per raccontare la luce e illuminare o spengere le strade, i colli visti dalla finestra e i fanciulli, fissandone le pose, i momenti, le smorfie “con gli occhi tonti ferma la saliva” usa questa immagine per descrivere la sensazione di stupore provata nel guardare un ragazzo uscire da un negozio

Ma un borgo non è solo luce e leggerezza, non è solo chiaroscuro e immediatezza; una città come Perugia può essere un giudice severo, un tribunale morale in servizio permanente ed effettivo.

I ragazzi a Perugia si muovono da sempre su e giù a fare vasche, dice Penna: “Ma tutti ci si poteva poi rivedere, era quasi certo, al passeggio del «corso». C’erano delle ore in cui era difficile non essere presenti. L’assente era sospettato in disgrazia. Noi giovani poi consideravamo un dovere fare il «corso» molte volte, anche se soffiava d’inverno «la tramontana» E dovevamo lo stesso arrivare a toccare il parapetto sulla magnifica vallata, di cui abbiamo parlato, giacché era quest’ultimo il tratto più gelido, come si può immaginare, il più eroico

Ancora oggi è così e mio figlio fa quello che facevo io, che poi è quello che facevano gli amici di Penna all’inizio del secolo e tutti noi sappiamo quale sia il rapporto che sviluppa crescendo il perugino con il suo Corso Vannucci.

La platea magna come viene chiamata la parte più nobile del centro storico, con il corso Vannucci che congiunge piazza IV novembre con i giardini Carducci è così ampia luminosa e tuttavia “finita” che in questo passeggio ci si sente identificati, individuati, giudicati, dalla austera e sobria eleganza degli altissimi palazzi e allora anche i gesti e gli abiti devono essere consoni, formali, misurati e anche quando proprio si voglia andare sopra le righe è necessario attenuare.

Se una ragazza per esempio decidesse un giorno, per un empito di vanità ovvero per dare una lezione ad una amica concorrente in amore, di slacciare un bottone della camicetta e vincere per una volta il pudore, dovrà curare di non avere altre sbavature o praticare altri eccessi estetici, poiché tutto è consentito ma nella misura in cui possa rientrare nella media.

La piccola comunità tende a stritolare il diverso, a costruirgli una gabbia intorno e a frustrarne la naturale espressività, fino alla depressione, stringendo anche fino ad uccidere.

Vengono in mente le parole di Chico Buarque (che non definirò qui grande solo perché stiamo parlando di Penna) in Mar y luna:

Amaron el amor prohibido
Hoy eso es sabido
-todo el mundo cuenta
Que una andaba lenta
Con uma iba preñada
Y otra iba desnuda
Ávida de mar

Amarono l’amore proibito,

ma oggi si è saputo,

e tutti narrano

che una andava lenta,

gravida di luna,

e un’altra andava nuda

avida di mare

Le due amanti scoperte dalla gente del villaggio le cui poche anime diventano tuttavia todo el mundo nel sistema relativo del piccolo borgo, si uccideranno gettandosi in mare e tenendosi per mano mentre Sandro Penna, cacciato anche di casa dal padre deciderà di lasciare la città e chiudere per sempre, a parte rari momenti di ritorno, l’esperienza perugina.

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore

La convinzione è che dal rapporto ambivalente con questo stringente giudizio di comunità che gravava sulle spalle di Penna tale che arrivò a definirsi da sé mostro, scaturisca il rapporto strutturale della sua forma poetica in rapporto al contenuto della sua poesia.

La formale etica piccolo borghese che Penna respirava nel suo negozio che si trovava proprio qui, nel luogo in cui siamo ora a parlare diventa lingua “Mio padre aveva un negozio di varie cose, una specie di bazar, proprio ad un angolo del «corso». Io stavo lì dentro molto spesso, curioso dei clienti ma pronto a ricacciarmi nella lettura di Rimbaud dopo aver spinto qualcuno all’acquisto di tre saponette a lire cinque piuttosto di una a lire due. In questo negozio passavano le persone importanti della città e di maggior orgoglio, quelle che a Perugia sostavano in tutta fretta”.

E’ naturale che un quotidiano vissuto in questo modo non possa non influire sull’impostazione linguistica. Sul linguaggio di Penna infatti Garboli è chiaro: “Penna è poeta […] di registro linguistico piccolo-borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo”.

Nella sua poesia emerge, come anche si diceva prima per la luce, un palese contrasto con il contenuto erotico e scabroso dei suoi versi e lo stile classico ha una funzione di filtro, di ammortizzatore dell’impatto generato dalle improvvise ma naturali eruzioni omoerotiche tendenti alla pederastia.

Garboli poi aggiunge: “il suo frequente ricorrere “alle tecniche dell’attenuazione o dell’eufemismo” servono a limitare l’urto sul lettore prodotto dal contenuto della sua poesia che è la “più ricca di libido di quasi tutto il Novecento

Ecco allora che anche quando nel confronto fra la serenità familiare raccontata con dolcezza e cinematografica essenzialità e la sua propria natura, Penna denuncia tutti i suoi limiti, la sua incapacità di essere normale.

È l’ora in cui si baciano i marmocchi
assonati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade, coi miei occhi
inutilmente. Io, mostro da niente

Egli si dice mostro, si ma da niente, per attenuare appunto, un tantino, come diciamo noi a Perugia

Insomma la gabbia sociale imposta dalla comunità cittadina sull’uomo Sandro Penna diventa una gabbia linguistica e strutturale in cui la sua poesia trova equilibri e ritmi particolari e impareggiabili e per paradosso, tanto maggiore è la compressione esercitata sull’uomo tanto più in alto vola la sua poesia che figlia del piccolo centro assume un rilievo universale.

E’ chiaro che l’universalità di Penna non è data dalle influenze poetiche dei vari Leopardi e D’Annunzio ma dalle sue capacità di registrare in tempo reale le sensazioni con cristallina precisione e di riprodurle subito, sul primo foglio di giornale che trovava a portata di mano.

Infatti non tutti i poeti e le personalità ragiscono alla stessa maniera alle medesime condizioni sociali.

E’ il caso di Claudio Spinelli per esempio con il quale vorrei chiudere questo mio intervento anche per lanciare un ponte verso prossimi orizzonti di ragionamento di Casapoesia.

Con Spinelli siamo sempre a Perugia, la stessa comunità e lo stesso metro di giudizio etico; nasce anche lui il 12 giugno come anche Penna di qualche anno più tardi, nel 1930 un anno dopo che Sandro Penna aveva lasciato Perugia.

Per Spinelli la Perugia che per Penna è una gabbia diviene placenta, luogo naturale dei suo movimenti e del suo agire la città è come un acquario di cui è il pesce più visibile ed elegante, il più ammirato.

Fine politico, con lo stile sornione, grifagno Spinelli è integrato perfettamente nell acomunità perugina tanto da rappresentarla non solo sul piano espressivo ma anche politico (fu consigliere regionale).

Il suo linguaggio è incisivo e centrato solo quando si esprime in dialetto usato in modo ironico e composto, mai triviale e tuttavia pratico a volte.

Anche in Spinelli la sensibilità e la dolcezza dei contenuti e la forma creano spesso contrasti interessanti e suggestivi.

In questo caso tuttavia l’elemento gabbia è ribaltato: se in Penna la forma classica diviene il veicolo comunicativo mediante il quale la poesia trascende la dimensione cittadina, per Spinelli il dialetto diventa per anni una prigione linguistica.

Ciò a causa della storia della lingua Italiana che per affermarsi ha confinato i dialetti e con essi le tante forme spesso alte come quella di Spinelli a una generica dimensione localista piuttosto che nella sua funzione espressiva volta a cercare energia linguistica dal basso.

Solo ora con antologie come Dialetto lingua della poesia. Antologia di Ombretta Ciurnelli, pubblicato molto recentamente, le gabbie linguistiche dei dialetti si allentano e si aprono per ridare a chi merita il proprio spazio di rappresentanza all’interno di un panorama poetico nazionale.

Di Claudio Spinelli avremo modo di parlare in futuro tuttavia ora torniamo a Penna

Amiche di Penna – Il poeta e la città

ilpoetaelacittàAvrò l’onore di parlare di Sandro Penna e di Perugia in una conferenza con personalità di altissimo valore letterario. Domenica 20 marzo 2016
Ore 17:00 Caffè di Perugia (Sede del negozio del padre del poeta)
Letture a cura di Corsia Of con:

Chiara Meloni,Debora Renzi, Matteo Svolacchia.

a seguire
Conferenza Il poeta e la città
Con Alfonso Berardinelli, Annalisa Comes, Giuseppe Leonelli.
Saluti di Mario Tosti direttore del Dipartimento
di Lettere Università di Perugia.

Introduce Nicola Mariuccini.

Rondolino e D’Alema – “E’ solo un film in bianco e nero visto alla TV”

dalema-e-rondolino-1997-image8Leggo con un po’ di noia e un velo di tristezza l’articolo di Fabrizio Rondolino su l’Unità dal titolo Caro D’Alema, forse è davvero giunto il momento di salutarsi, “una lettera che il vento sta portando via

Non so davvero a nome di chi parli Rondolino (non il mio) e soprattutto non capisco perché parli lui di questa cosa.

Non ho mai amato D’Alema, ho avuto però ruoli politici nei DS e quindi la mia storia politica si è spesso incrociata con quelle idee.

Si è incrociata anche con un gruppo di persone che “vengono chiamati dalemiani con disprezzo e invece è solo gente che fa quello che gli si dice” e con cui ho lavorato insieme con impegno e passione le tante volte in cui comunque ci si trovava d’accordo, per rispetto dei nostri valori comuni e dell’appartenenza al partito.

La parabola della sinistra blairiana in Europa è stata interrotta all’improvviso dalla “Crisi peggiore della storia” (definizione FMI) e “la storia da torto e da ragione“.

La”Lehman crisis” punta oggi il dito accusatore su tutti i protagonisti della storia degli ultimi vent’anni, senza risparmiare nessuno, mettendo tutti, chi ha fatto e chi non ha fatto abbastanza, chi ha parlato e chi ha taciuto, chi poteva e chi non ha potuto, nel tritacarne di un giudizio che oggi sembra politico ma che in realtà è già storia

E’ comprensibile la volontà di D’Alema, che continua a parlare di quegli anni con la voglia di spiegare le ragioni di tante ambizioni, di tanto coraggio e di tanti fallimenti.

Tuttavia da uomo che ha condiviso, seppure in modo spesso crtitico,  una parte di quella esperienza, avrei bisogno del conforto di un giudizio storico supportato da una sistematica e fredda ricostruzione dei fatti.

Con tutto il rispetto, ma Rondolino ha fatto un po’ troppa Santanchè per parlare di Massimo D’Alema e della storia della sinistra blariana in Italia.

 

Buone feste 2015 con i fantastici Kurabiedes (Κουραμπιέδες) di Nea Karvali in Grecia

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Auguro a tutti buone feste con i Kurabiedes, tipici e buonissimi dolcetti greci di natale.
Quelli di Nea Nea Karvali vicino Kavala sono molto rinomati

  • 750 γρ. αλεύρι φρέσκο καλής ποιότητας για όλες τις χρήσεις
  • 500 γρ. φρέσκο βούτυρο αγελαδινό ή καλύτερα πρόβειο αν βρείτε
  • 250 γρ. ζάχαρη άχνη
  • 2 βανίλιες
  • 250 γρ. ξεφλουδισμένο και καβουρντισμένο ανάλατο αμύγδαλο
  • ζάχαρη άχνη για το πασπάλισμα

INGREDIENTI:
-BURRO, 500 gr (freschissimo)
-FARINA, 750 gr
-ZUCCHERO, 250 gr
-VANIGLIA, 2 bustine
-TUORLO D’UOVO, 1
-LIEVITO PER DOLCI, 1 cucchiaino
-SALE, un pizzico
-MANDORLE PELATE, 250 gr
-BRANDY (o METAXA, liquore tipico greco) 1 tazza da the
-ZUCCHERO A VELO q.b.

Battere bene il burro in un piatto, aggiungere il tuorlo d’uovo, la vaniglia e il cognac con il lievito sciolto dentro.

Aggiungere la farina piano piano mentre si gira per ottenere un impasto morbido.

Dividere l’impasto in 40 kurapiedes e mettere al forno a 180/200 gradi per 20 minuti

Sfornare, raffreddare e aggiungere lo zucchero a velo

A Umbria libri 2015 il romanzo “La prigione di Cristallo” di Nicola Mariuccini – domenica 15 novembre ore 17

Umbria libri 2015 Nutrimenti culturali

San Pietro, biblioteca Mario Marte sala Monografie h. 17.00
La Grecia ieri e oggi
a proposito del libro
“La prigione di cristallo” di Nicola Mariuccini Futura Edizioni

Intervengono Anna Ascani, Francesco De Palo, Nicola Mariuccini e Argiris Panagopoulos
locandinaumbrialibri2015

Erri De Luca e Muccino, travolti da un insolito destino e una morale nel finale

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In questi giorni abbiamo assistito a due dichiarazioni che hanno colpiti due miti dell’universo valoriale dell’Italia contemporeanea.

Il primo mito è Pier Paolo Pasolini (figura consolidata e inamovibile nel panorama valoriale che è stato oggetto di una critica graffiante ad opera del regista Gabriele Muccino.

Il secondo mito è Erri De Luca (figura in via di formazione nell’immaginario delle idee libertarie e antagoniste) che è stato autore di aspra condanna contro se stesso.

Pier Paolo Pasolini è stato citato (a sproposito) anche dal Premier Matteo Renzi che, il giorno dell’anniversario della morte  (2 novembre 2015) ha pensato bene di usare una sua frase come una clava contro la sinistra del PD. La ricorrenza di un giorno triste per il nostro paese come quello della scomparsa di un grande intellettuale da parte di un’alta carica istituzionale dovrebbe essere l’occasione per celebrare la figura in sé o per tacere. Farne un uso strumentale per beghe di partito non è bello, si può fare ma sta brutto.

La frase di Renzi è passata tuttavia sotto silenzio (per una volta) perché quella di Muccino è esplosa con tale forza da funestare il tranquillo orizzonte cultruale italiano che il 2 novembre si era già comodamente adagiato nel rito celebrativo (un po’ borghesuccio ahinoi) delle variegate citazioni di PPP presenti in abbondanza sul Web e spesso utili a mostrare di stare sempre dalla parte del giusto e soprattutto di essere “in onda”, di stare “tuned”.

Capita che Muccino e Pasolini siano due registi dallo stile opposto sul piano cinematografico e probabilmente opposti anche sul piano delle proprie scelte di vita e di come affrontarla.

Risulta pertanto abbastanza logico che Muccino pensi quello che ha detto e nemmeno colpisce, che tante persone abbiano sollevato l’atteso (da Muccino, credo) polverone, fatto di slogan da stadio buoni a commentare l’evocativa partita povertà VS opulenza, e coraggio dissacrante VS pavidità conformista.

Muccino è un tipo sveglio. E’ un valido registra, con molto mestiere e discrete capacità tecniche  mediante le quali è entrato (volentieri) a far parte di uno show business che dispensa riconoscimenti e bella vita. Tende a raccontare le storie in modo leggero e godibile e non a giudicarle; lo fa  tenendosi lontano dalle trazioni etiche ingombranti. I suoi film fanno riflettere un po’ ,almeno fino all’uscita del cinema, sempre che riaccendendo il telefono, non leggiamo un risultato inatteso della nostra squadra del cuore.

Pasolini invece era un intellettuale a tutto tondo che ha fatto anche cinema, usando il mezzo espressivo con intelligenza e curiosità poiché per lui la macchina da presa era la protesi tecnologica dei suoi occhi, quelli con cui guardava la realtà, la studiava, la giudicava, la capiva e la faceva capire

Non credo che Muccino abbia usato (come Renzi) la figura di Pasolini per alzare un’onda di cui intendesse cavalcarne la cresta (ho prima detto che è sveglio e non ha fatto una furbata) penso anzi che abbia solo avuto il cattivo gusto di fare quell’aspra critica (a mio giudizio sbagliata e sguaiata) il giorno di una ricorrenza funebre in cui sarebbe utile (come dicevo prima per Renzi) fare uno sforzo di ricostruzione profonda e complessiva di un autore di tale portata culturale.

Lo spettacolo peggiore lo hanno dato gli spalti però: credo che Pasolini che era un coraggioso analista e a suo modo un censore di costumi, bassezze umane e conformismi non avrebbe voluto essere difeso in questo modo aprioristico e ideologico, poiché anche Pasolini era e si riteneva fallace e soprattutto non praticava slogan.

Con De Luca è successo il contrario: dopo essersi difeso brillantemente sulla vicenda No Tav con una invettiva così incisiva da condizionare l’esito del processo si è proddotto appena qualche giorno in una dichiarazione opposta sostenendo chi aveva denunciato Giletti per avere espresso una opinione su Napoli.

La sconfitta celata in queste due tristi vicende è quella di chi, nella difficoltà di dare un senso alle cose, si accasa sulla ricerca degli eroi per farsi una opinione senza grandi sforzi e darsi uno stile.

Se Dio è morto gli idolatri soffrono … e fanno soffrire

La prigione di Cristallo – un romanzo di Nicola Mariuccini – presentazione

Sei invitato alla presentazione de La prigione di cristallo, un romanzo di Nicola Mariuccini

Lunedi 28 settembre 2015 ore 18 alla Università per Stranieri, palazzo Gallenga, sala Goldoniana

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Cocoricò: “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”

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guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io son quello col vino
lui ? quello senza motorino
guarda la fotografia
sembra neanche un ragazzino
io son quello col vino
lui ? quello senza motorino
la fotografia la fotografia la fotografia
tutto il resto ? facce false della pubbliciteria
tutto il resto ? brutta musica fatta solamente con la batteria” E.Jannacci

 

 

Il questore di Rimini ferma il Cocoricò per 120 giorni, stagione finita.

Dopo anni di evasione fiscale conclamata chiude perché gli viene riconosciuta una responsabilità nella vicenda legata alla morte del ragazzino di Città di Castello.

La proprietà del gruppo si era già “distinta” per avere citato il giovane reo confesso spacciatore per danno di immagine, cercando con questo gesto di dubbio valore etico ed estetico di scaricare una responsabilità “storica”, relativa cioè a un fenomeno di rilevante pericolosità sociale, sulle fragili spalle di una pedina marginalissima e periferica di un sistema che è, a tutti gli effetti, considerabile un vero e proprio impero dello sballo.

Il fatto di sostenere che la droga venga venduta fuori se può, sul piano giuridico emancipare dalla responsabilità diretta, non può in alcun modo assolvere il Cocoricò, che sul consumo di queste sostanze e sugli effetti che ne derivano, ha costruito una vera e propria multinazionale.

La discoteca potrà anche dichiararsi “terzo” ma non certo di “buona fede”, riguardo alla salute dei suoi clienti più o meno giovani che essi siano.

Questi santuari della cultura dello sballo investono quantità ingenti di capitali, accumulati di certo non pagando le tasse e poi chissà, richiamando su di sé l’immagine di vera e propria casa della “generazione di sconvolti” di cui è conclamato centro di livelo internazionale.

Stante il numero degli avventori e l’elemento fortemente simbolico che rappresenta per tutto un mondo e un modo di vivere ormai accettato quanto pericoloso, è chiaro che la ordinanza di chiusura sta sollevando molte polemiche da parte di chi bolla come “inutili”, “demagogici” o addirittura “sbagliati” questi provvedimenti volti a colpevolizzare una delle tante imprese “dove c’è gente che lavora” invece di prendersela con i genitori ovvero con le istituzioni, con il governo e altri capri espiatori tipici di certi discorsi (non ho sentito ancora evocare le scie chimiche ma diamo tempo al tempo).

Questo tipo di giustificazioni a mio giudizio spaziano dall’eccesso di tolleranza, alla incapacità di reagire e di trovare soluzioni, a momenti di vero e proprio laissez-faire.

Il prefetto di Rimini,Giuseppa Strano invece dice cose nette e condivisibili a mio giudizio: «Ciò che è accaduto al Cocoricò, con la morte di un giovanissimo, è qualcosa che non si deve ripetere.In generale va aperta una riflessione a cui sono chiamati tutti, le famiglie, le istituzioni, gli educatori, le confessioni religiose – ha detto – perché si è passato il segno. È un problema principalmente di valori».

Perché iniziare dal Cocoricò allora? E’ solo un caprio espiatorio oppure è realmente colpevole, sia nella vicenda specifica che in quanto centro prorulsore di una cultura devastante per la salute presente e futura dei giovani?

Per rispondere si può dare una occhiata a ciò che la stessa discoteca dice di sé nel proprio sito: “I superclub europei e mondiali, e il Cocoricò è uno di essi, basano il proprio carisma sulla capacità di saper giocare oltre le regole creandone di nuove“.

Il Cocoricò dunque non è una semplice e qualsiasi discoteca, che a seconda della convenienza può dirsi la numero uno oppure nascondersi dietro il dito di uno dei tanti locali da ballo, ma si presenta e si percepisce come un vero e proprio creatore di mode e comportamenti; da ciò ne deriva che il ruolo nella vicenda è ben maggiore rispetto ai singoli soggetti che elenca il prefetto per cui Sì, è giusto cominciare da li.

Se poi vogliamo considerare l’arretramento degli ultimi anni degli investimenti privati e sociali legati alla riduzione del danno allora la responsabilità “storica” tende a esasperarsi.

Trincerarsi dietro le leggi “è illegale quindi non si devono fornire servizi a chi sbaglia” è una formula irresponsabile e di comodo, buona per non farsi carico del problema e non spendere un euro per realizzare aree di compensazione  termica e acustica, funzionali a scaricare il fisico degli assuntori dalla pressione ambientale che caldo e decibel gravano su chi ha ingerito una o più dosi di Mdma.

Non sfugge a nessuno fra l’altro che per certi comportamenti dissacratori, eccentrici e trasgressivi, il desiderio del proibito è ulteriormente acuito dalla presenza di leggi che li vietano, soprattutto se poi per motivi vari, le leggi non vengono mai applicate e non ci sono mai sanzioni per nessuno.

Se la chiusura del Cocoricò è l’espressone di una volontà di invertire il fenomeno, allora il provvedimento è accoglibile in toto e si potrebbe magari anche provvedere a un patteggiamento, chiedendo alla discoteca di mettere a disposizione il suo potenziale di generatore di cultura e mode per invertire la dinamica dello sballo a oltranza e tornare a fare divertimento in modo più salutare.

Se ci si crede e si genera consenso dietro operazioni di carattere culturale, educativo e sanitario forse si può ancora fare qualcosa, che non sia mera e sterile repressione o scaricare le responsabilità sulle famiglie, in modo poco nobile peraltro, come ognuno in cuor suo sa anche se professa doti da educatore integerrimo di matrice elisabettiana.

Altrimenti si può ricorrere a una più lieve e apotropaica frase da social network sul genere “mio figlio mai”, credendo anche di fare bella figura

Mostra di Panza mostra di sostanza – ma serve una bussola

panzadibiumo

Jonathan Seliger, born to shop

Sono andato a vedere la tanto discussa mostra “La percezione del futuro” che raccoglie una selezione della collezione Panza di Biumo, in un pomeriggio perugino in pieno svolgimento di Umbria Jazz.

Nel mentre tutto d’intorno impazzavano i turisti e gli avventori dei tanti concerti della fortunata edizione 2015 di UJ, il museo di Palazzo Penna era vuoto.

Il popolo di UJ ha, in generale, una certa predisposizione all’arte e se non si reca nel centralissimo Palazzo Penna un qualche limite ci deve essere.

Dall’inizio: il titolo del post suggerisce già il riconoscimento di una notevole qualità della mostra, sia sul piano dei grandi artisti presenti, con opere rappresentative fra l’altro, sia sotto il profilo dell’allestimento, ben curato e teso a riprodurre la filosofia del collezionista (Giuseppe Panza di Biumo), esperibile analizzando le forme di Villa Panza, di cui Wim Wenders ha avuto parole di  raffinato encomio.

La cifra alla fine stanziata per la mostra (ben di meno del previsto) non  ha permesso sfarzi (e questo forse alla fine diventa un limite su un piano relativo), tuttavia la selezione minimale che si è potuta fare è stata operata all’insegna del buon gusto.

La mostra è stata presentata come un evento turistico di rilievo ma è del tutto evidente già da oggi che non lo sarà, ciò non solo per la scarsa adesione di utenza ma anche perché essa stenta a far parlare di sé, priva come è di supporto convegnistico e di eventi ancillari atti a divulgarla e a spiegarla.

Le visite guidate sono molto rarefatte (una alla settimana) e le opere sono illustrate in modo minimale; alla fine il visitatore medio stenta a capire, anche perché non è previsto che debba capire.

Ho avuto la fortuna di essere accompagnato da persone esperte ed appassionate ma ho avuto la sensazione che chi entri da solo in sala Nonas, per esempio,possa avere qualche difficoltá a comprendere il livello di astrazione e di ricerca di una “substantia” in cui gli oggetti e la materia sono chiamati, non più a parlarci o ad ad attirare l’attenzione come nel più immediato e “adorabile” Seliger, ma ad obbligarci a capire e sostenerci nella ricerca interiore.

Ho intenzione di recarmi al più presto a Cittá di Castello per vedere le opere degli artisti riuniti nel convegno Rendez vouz des amis, tenutosi in fine di giugno, dove sono state programmate visite guidate  con cadenza oraria nello spirito divulgativo dei contenuti artistici e dell’impiego di giovani professionalitá.

In sintesi: la mostra non ha un valore turistico poiché manca di tanti supporti comunicativi a contorno;

sul contenuto culturale si potrebbe ipotizzare la volontá di innalzare l’asticella del centro di Palazzo Penna, magari cercando di fare sforzi per inserirlo, nel tempo, in un circuito di alto profilo che possa, nel medio lungo periodo avere anche ritorni in termini turistici (di elite ma non solo) soprattutto se messe a circuito con altri importanti eventi di richiamo.

In questa ipotesi tuttavia andrebbe previsto un investimento pluriennale, corposo e progettato, di cui andrebbe con orgoglio messa a parte l’intera cittadinanza.

In ogni caso la strada da perseguire non può essere quella fin qui battuta dell’isolamento culturale e istituzionale: senza sinergie regionali e nazionali gli eventi tendono a restare sul posto, segnano il passo e non rimborsano gli investimenti sotto nessun profilo nè culturale nè tantomeno turistico.