Perugia, sulle Coppie di fatto non si recede, solo passi avanti.

Ho votato contro,  in Consiglio Comunale,  alla proposta di ritirare l’esistente registro comunale delle coppie di fatto. La proposta é stata bocciata.

La richiesta puntava sulla inutilità giuridica del registro che non assegnerebbe diritti aggiuntivi e perció i proponenti ne chiedevano l’abolizione.

Nella presentazione, oltre alle motivazioni scritte nell’ ordine del giorno, sono state tirate in ballo questioni di legittimità costituzionale, oltre a ragioni di opportunità legate al fatto che in momenti come questo, non é utile azzoppare una istituzione come la famiglia su cui si é da sempre poggiata la struttura della società.

Per quanto riguarda il rilievo costituzionale ritengo che dall’art.29 della Costituzione si rilevi che: “La Repubblica riconosce i diritti della FAMIGLIA come società naturale fondata su MATRIMONIO. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei CONIUGI.”

La nostra Costituzione pertanto non lega il matrimonio all’univoco rapporto uomo/donna; essi sono semmai contenuti nel Codice Civile che è legge ordinaria e pertanto modificabile a maggioranza semplice.

Per quel che riguarda invece il valore giuridico dei registri comunali delle coppie di fatto, essi devono essere mantenuti non tanto come riconoscimento di effettivi diritti ma come passaggio diretto per una legittimazione di un atto di matrimonio tra persone,  maggiormente in grado di contenere i diritti naturali che ad oggi devono essere garantiti ai cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e socialiArt.3 Cost.

Ammettere il matrimonio omosessuale  significherebbe oggi applicare nel modo più compiuto la Costituzione: ” È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Tuttavia al di la degli aspetti giuridici, dobbiamo dire che essi sono spesso strumentali e servono per celare quando atteggiamenti integralisti e fideistici, quando cinismi più o meno grossolani ovvero limiti culturali e falsi pudori.

Si fa fatica ad ammettere che il matrimonio, che è considerato in modo spesso sin troppo “magnificato” come il coronamento dell’amore quale più alto sentimento umano, non debba accogliere gli omosessuali poiché probabilmente ritenuti incapaci o immeritevoli di amare.

Eppure ciò è falso ed appare tanto più sciocco pensando a tutto l’amore espresso dai tanti artisti omosessuali che popolano intere pagine di letteratura, di poesia, di cinema.

Nel famoso “4 matrimoni e un funerale”, film del 1994 diretto da Mike Newell, durante uno dei matrimoni a cui partecipano gli scombinati protagonisti, muore Gareth in seguito a un attacco di cuore. Il compagno Matthew gli dedica una bellissima poesia di Auden, Funeral Blues.

“Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento, …

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto, …

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto. …”

Auden, poeta omosessuale dichiarato ebbe due lunghe relazioni, sognava una stabilità amorosa impossibile e si sposò con la figlia di T.Mann al solo scopo di consentirle di avere il passaporto inglese per fuggire dalla Germania nazista. I due non vissero mai insieme, l’amore di cui è stato uno dei più brillanti e audaci narratori era da tuttaltra parte che non nel matrimonio.

In consiglio comunale si è detto inoltre che non si doveva turbare l’equlibrio di una società che si è poggiata per anni sull’equilibrio della famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale.

Ciò è vero ma questo poggiare ha schiacciato e ha gravato sul diritto naturale di chi non rientrava nella ferrea dicotomia uomo/donna costringendoli a scegliere fra la forma del corpo e la dimensione del cuore.

Penso che i tempi siano maturi per liberare i cuori di chi ha sofferto e le coscienze di chi seppure inconsapevolmente ha da sempre causato dolore per trarne poi chissà quale beneficio.

 

“Dal libro alle narrazioni transmediali: nuovi scenari per le scuole e le biblioteche”

Clicca sull’immagine per vedere le iniziative in Umbria

L’Umbria sfodera i suoi progetti trasnmediali e si propone in modo innovativo e intelligente nel panorama della cultura digitale.

Di fronte a una platea di studenti superiori, peraltro molto interessati al dibattito moderato da Olimpia Bartolucci, si é dato luogo alla presentazione del progetto volt@ smart school finalizzato alla realizzazione di una scuola digitale basata sul coinvolgimeno didattico e partecipativo di tutti i protagonisti della vita della scuola.

Decisamente interessante e suggestivo é stato l’intervento di Arturo di Corinto che dopo alcune battute, invero un po’ schematiche, sulle opportunità derivate dalle soluzioni open source ha effettuato una interessante disamina sulla insufficienza delle norme a tutela del diritto d’autore rispetto alle mutate esigenze dell’ecosistema del libro.

Riporto di seguito un passaggio dell’intervento di Di Corinto che mi ha trovato del tutto d’accordo:

Diritto d’autore non é un diritto naturale, nasce nel 1710 (regina anna) per disciplinare una vertenza fra editori/stampatori e gli autori. Esso nasce in realtà per controllare chi erano gli autori, la produzione dell’opera cioé come strumento di controllo cosí come é ancora oggi, legge fascista del 1941. Piú cose leggiamo, piú aumenta la possibilità di scelta delle persone.

Il diritto di autore é importante ma va ripensato, non protegge piú il vino ma protegge la bottiglia, é ormai un modo per mantenere una casta di parassiti di burocrati che devono accettare l’idea che c’é una trasformazione. Quando parliamo di libro e di lettura parliamo consapevolezza e quindi libertà.

Riutilizzare il patrimonio culturale esistente evitando di farci criminalizzare, il remix é l’essenza stessa della originalità ma se ci sono leggi sbagliate abbiamo un problema.”

“MAI COSÌ GRANDE IL DIVARIO NORD-SUD” di GIORGIO RUFFOLO da La Repubblica del 22 aprile 2012


«Non è possibile accettare che il foraggio destinato all´allevamento di cavalli di razza venga versato direttamente a ratti zoccole e pantegane che si mangiano poi anche i cavalli». Così Luciano Cafagna stigmatizzava lo scempio dei trasferimenti di risorse destinati al Mezzogiorno negli ultimi decenni.

Questo tema è stato ripreso in un Convegno svolto in questi giorni alla presenza del Capo dello Stato, dedicato al tormentato rapporto tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, nel corso del quale è stato discusso un recente rapporto della Svimez che consente di gettare luce su quegli sprechi ma anche di sfatare alcune leggende e luoghi comuni.

Anzitutto quello secondo cui il divario tra Nord e Sud fosse già presente al momento dell´unità, come espressione di una inferiorità storica del Mezzogiorno. No, in quegli anni le due parti del Paese erano allo stesso livello di reddito pro capite. Il problema del dualismo fu affrontato in quella che possiamo considerare l´età dell´oro dell´intervento straordinario. Tra il 1950 e il 1975 il divario tra Nord e Sud si ridusse di venti punti.
Dalla fine degli anni Settanta il divario è risalito sia perché sono entrati in crisi i settori su cui si era basata la crescita industriale del periodo precedente sia perché gli investimenti sono stati sostituiti da trasferimenti correnti che alimentano i consumi anziché le infrastrutture e la base industriale. Negli ultimi trent´anni il divario è risalito fino al 40 per cento nel 2009.

Altra bugia di marca leghista: il trasferimento da tutto il Nord a tutto il Sud. No: sono cinque le regioni che registrano un deflusso netto di risorse. Certamente la Lombardia il Piemonte e il Veneto. Ma anche Emilia e Lazio, dunque «Roma ladrona». E ricevono cospicue risorse dall´esterno non solo le Regioni del Sud ma anche quelle del Nord come Trentino Friuli e Valle d´Aosta. Altra leggenda: se il Nord fosse liberato dal peso del Sud la sua economia ne trarrebbe vantaggio. Non è vero. Nel periodo durante il quale l´afflusso di risorse al Sud si è ridotto anche il Nord ha segnato un declino.

Infine, un´altra bugìa: il Sud riceve risorse in proporzioni superiori alla sua popolazione. A parte che ciò sarebbe quanto mai opportuno, non è vero. La percentuale della spesa pubblica erogata al Nord costituisce il 70 per cento del totale a fronte di un 60 per cento della popolazione.
Ciò che resta vero è che negli ultimi decenni il problema più drammatico non è più l´incontestabile insufficienza quantitativa di risorse economiche che affluiscono al Sud ma la degradazione delle risorse politiche: la degenerazione della classe politica meridionale e la terrificante diffusione dell´economia sommersa e dell´economia criminale e mafiosa: i ratti le zoccole e le pantegane. Non tanto la quantità delle risorse ma l´uso che se ne fa. Sia quanto al sommerso, molto più diffuso al Sud della media nazionale che colloca l´Italia al secondo posto tra i Paesi dell´Ocse, sia quanto all´economia criminale che registra negli ultimi trent´anni una vasta tracimazione al nord di quelle mafie che secondo il Presidente degli Stati Uniti occupano le prime posizioni tra le potenze criminali del mondo.

Giuseppe Mazzini aveva detto: «L´Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Il vaticinio rischia di realizzarsi nel modo più devastante.
Qual è la risposta leghista a questo drammatico problema? Il federalismo? Ma quale? Quello risorgimentale, unitario e solidale, dei Dorso e dei Salvemini, un abbraccio storico, o quello ringhioso e separatista dei Bossi e dei Maroni?

Centocinquant´anni fa i ragazzi bergamaschi costituirono il nucleo forte dei Mille. Oggi sono bergamaschi alcuni di quei barbari sognanti che, in mezzo a tanta brava gente, vanno in giro urlando e piangendo con un paio di orgogliose corna celtiche sulla testa.

 

di GIORGIO RUFFOLO da La Repubblica del 22 aprile 2012

 

E il naufragar m’è dolce in questo mare – “Teatro e poesia nel borgo” a S. Antonio Abate, corso Bersaglieri Perugia

Nuovo successo della rassegna “Teatro e poesia nel borgo”; dopo la Lauda perugina di nuovo il pienone con le letture leopardiane di Eleonora Mosconi.

Tanta gente di età differenti, amanti del teatro, attori, semplici cittadini che si lasciano coinvolgere volentieri nelle intelligenti iniziative che l’associazione Rivivi il Borgo S. Antonio ha programmato per il 2012 nella chiesa di S. Antonio Abate.

Di fronte a un suggestivo affresco di Dottori e con alle spalle l’attesa del prossimo ritorno dell’importante organo in fase finale di restauro, le iniziative si dipanano dimostrando come le città possano vivere compattandosi intorno a chiavi condivise a personaggi rappresentativi.

Riportare la vita nei centri storici passa necessariamente per il recupero di elementi di comunità, di riconoscibilità reciproca della quale la vicinanza di quartiere è solo una metafora della voglia di stare insieme.

Le iniziative si concludono con ottimi e corposi aperitivi, per qualità e accoglienza del servizio al ristorante La Lumera, manco a dirlo sito in corso Bersaglieri, che aggiunge un elemento di convivialità non strumentale.

 

La Repubblica – Luca Signorelli il tributo della sua Umbria

Prestigioso servizio di La Repubblica on line sulla mostra di Luca Signorelli a Perugia, di seguito anche l’articolo pubblicato su ArtTribune

Il Rinascimento rivive a Perugia con la mostra di Luca Signorelli

Il perchè di una mostra

“Perchè fare a Perugia una mostra di un grande artista nato a Cortona?”, “questa non è una mostra di cassetta vuole essere un percorso di studio”

Con queste parole Francesco Federico Mancini ha iniziato il suo intervento alla inaugurazione della mostra “Luca Signorelli, de ingegno et spirito pellegrino”.

Luca Signorelli viene chiamato a Perugia dal vescovo cortonese Jacopo Vagnucci nel 1484. Questa autorevole convocazione gli permette di evitare le reprimende del Perugino che tendeva a proteggere la piazza umbra dagli artisti forestieri.

Una precedente mostra, organizzata a Cortona nel 1953 da Mario Salmi, si attirò gli strali di diversi critici d’arte capitanati da Longhi che aveva in odio Salmi; costoro per stroncarlo non esitarono a mettere in cattiva luce lo stesso pittore cortonese. L’evento fu un immeritato flop.

Richiamare oggi a Perugia più di 100 opere di cui 66 del pittore cortonese ” risarcisce il Signorelli delle negatività di quegli anni di cui era stato involontario protagonista.

Il tributo al maestro

La mostra si apre con una Madonna di Piero della Francesca ad attestare il tributo artistico che Signorelli deve al maestro.

Innovazione

Si è avuta, nell’allestimento, particolare attenzione alle innovazioni tecnologiche soprattutto sul piano del risparmio energetico e della scelta dei materiali (riciclabili e biodegradabili).

Sono state realizzate applicazioni multipiatatforma per il godimento da tablet e smartphone. Io ho scaricato quella per l’Ipad che mi è sembrata utile, intuitiva e  “leggera”.

Teatro e Poesia nel Borgo “LAUDE PERUGINE DEL 1300″ di Sergio Ragni – Associazione Rivivi borgo S.Antonio

LAUDE PERUGINE DEL 1300
Il più importante esempio di teatro religioso italiano nel medioevo

CORO

Chi sé tu che tanta luce

Dai a queste scure parti?

Chi sé tu che che ci conduci

e sopra di noi hai tali carte?

Chi sé tu, cotanto chiaro?

Chi sé tu, cotanto bello?

Chi sé tu ch’al mondo amaro

dai così mortal flagello?

Chi sé tu senza peccato?

Chi sé tu nel mondo immacolato?

Letture tratte dal coro del Laudario perugino – La resurrezione – di Anonimo

* * *

Bella lezione di Sergio Ragni sulla lauda perugina del 1300.

Nella suggestiva cornice della chiesa di S.Antonio abate in corso Bersaglieri a Perugia si è tenuta venerdi 6 aprile una “lectio” corredata di letture di E.Mosconi e F.Minciarelli,  tratte dalle laudi di Jacopone da Todi e dal laudario Perugino.

Interessante capire come, oltre al fatto che il fenomeno popolare della lauda arriva in Italia circa 100 anni più tardi che nel resto di Europa, esso da noi si afferma non dentro le chiese ma al di fuori, sul sagrato esterno.

Ciò per volontà delle istituzioni religiose che ritennero le messe in scena che le preghiere stavano assumendo, troppo complicate per essere rappresentate in chiesa.

Forse la vicinanza con la chiesa romana implicava un controllo più stretto della applicazione delle tradizioni e inibiva le mutazioni culturali e linguistiche che i popoli stavano attuando forzando la mano alla solennità del Latino.

A Perugia le laudi si tenevano in Piazza IV Novembre (già Piazza Grande)

Al modulo popolareggiante della lauda, Jacopone aggiunge i toni individuali di un’anima inquieta e tormentata. Le sue 93 laudae, nella forma di ballate in settenari e ottonari, sono una rappresentazione impietosa della realtà umana e terrena, attaccata violentemente per la sua caducità e vanità.”  fonte Wikipedia

 

E’ la cultura il Petrolio d’Italia – intervento pubblicato su Il Giornale dell’Umbria sul Manifesto per la Cultura de Il sole 24 ore


Il dibattito aperto dal Sole 24 ore riguardo al manifesto per la cultura da voi ripreso in chiave Umbra a firma di Gianni Codovini é molto stimolante.

Con un po’ di ritardo, noi lo diciamo da qualche anno, anche il mondo economico si è accorto che la cultura è il petrolio italiano ed è un bene su cui vale la pena investire.

Non solo per i tanto declamati ritorni di investimento ma soprattutto perché il nostro paese è fra i più dotati e vocati per quantità di plessi di pregio e per predisposizione del capitale umano.

Il punto tuttavia, in tempi di crisi e di “trappola della liquidità” nel pieno della stretta, non può limitarsi a invocare i capitali a orientarsi verso la cultura ma occorre un cambiamento di paradigma rispetto alle priorità del paese.

I direttori dei grandi musei italiani che ospitano autentiche meraviglie guadagnano 1.700 euro (un quarto di un commesso di palazzo madama), gli artisti non hanno indennità di disoccupazione, gli archeologi guadagnano spesso meno e hanno contratti meno stabili degli operai che dirigono.

I bibliotecari sono ancora costretti al ruolo di archivisti piuttosto che liberare le tante competenze nella più utile e suggestiva funzione di orientatori di cultura in un ottica di “smart comminities”.

Se un ragazzo oggi presentasse alla famiglia il sogno di divenire un intellettuale o intraprendere un percorso di studi legato per esempio alle arti figurative, la reazione sarebbe ancora più o meno quella raccontata da T.Mann del capostipite dei Buddenbrook venendo a sapere che il figlio voleva suonare il pianoforte.

E’ allora chiaro che è la cultura del paese che va cambiata, trovando il coraggio di aumentare i fondi ma anche di rompere qualche privilegio che gli appostamenti di bilancio ogni anno ridotti ma mai ridiscussi hanno prodotto.

In questo senso il FUS dovrà prevedere la compartecipazione delle regioni cosí come i fondi Arcus potrebbero essere utilizzati per l’accesso al credito delle PMI del settore cultura.

In Umbria il PD ha voluto fare di marzo il mese della cultura per puntualizzare le politiche su aspetti specifici con tre diverse iniziative: paesaggio, cultura e lavoro, cultura digitale.

La cultura va rilanciata e proiettata in un piano più alto dove, dal paesaggio alla enogastronomia, dalla rappresentazione teatrale al vasto e articolato mondo della lettura si possa ritrovare il filo di una creatività in cui chi si dedica all’arte possa sentirsi nuovamente e finalmente riconosciuto come un produttore di benessere collettivo.

La crisi dei settori tradizionali che investe tutto il paese colpisce anche l’Umbria e ciò richiede di indirizzare gli investimenti verso altri campi.
Investire in Cultura può avere un decisivo ruolo anticiclico utilizzando però ogni strumento che l’innovazione mette a disposizione a cominciare dal cogliere tutte le opportunità che oggi derivano dal digitale e dall’incontro con i grandi network sociali e culturali.

Quello che devono fare le istituzioni é alzare l’asticella della qualità, stimolando così l’attenzione degli studiosi, dei professionisti, degli architetti, dei restauratori, così da riappropriarci del ruolo che ci compete per storia e tradizione: tornare a essere una fabbrica di cultura.

Se riusciremo in questo, la Cultura può diventare davvero elemento trainante di un nuovo sviluppo anche per l’Umbria, regione di elevata qualità artistica e teatro di eventi internazionali.

Ecco allora che la parola utile è “cambiare”.


Clicca Per leggere il mio articolo in formato pdf
Clicca per leggere l’articolo di Gianni Codovini “Con la cultura si Mangi. Anche in Umbria” del 3.4.2012

Buona colazione di Pasqua perugina e tanti auguri

A Pasqua in molte case umbre si consuma una ricca e tradizionale prima colazione.

La torta di Pasqua rappresenta l’alimento principe per la cosiddetta colazione di Pasqua, essa viene servita accompagnata da salame, ciauscolo, capocollo e altri salumi, vino rosso ma soprattutto assieme a uova sode.

Tradizione vuole che gli alimenti debbano essere benedetti. L’uovo è simbolo della rinascita.

Per i bambini si mette in tavola anche un classico uovo di cioccolato ma nei tempi passati, in alcune zone della campagna perugina, era l’occasione per fargli bere,  semel in anno, un goccio di vino rosso, con la motivazione che “almeno non si vedon le serpi”.

La metafora contadina sottintendeva in realtà un antidoto contro i vermi malattia piuttosto frequente in epoche andate.

Oggi tradizione e piacevoli curiosità gastronomiche si combinano con gli auguri.

 

Volta la Carta – Storie di Cultura digitale – Relazione di Nicola Mariuccini

Possono le parole afferrare le cose?” si chiedeva il filosofo Salvatore Natoli in un convegno di qualche anno fa organizzato da Oikos.
Il quesito è di certo suggestivo e rimanda al potere delle parole e di conseguenze al reale potere di chi le usa, alla egemonia che esse
possono esercitare sull’uomo da parte dell’uomo.

Dice Natoli: “Capita che le parole non afferrino più la realtà, che esauriscano il loro compito, che si logorino, e questo accade in modo particolare quando i sistemi, entro cui esse sono abitualmente definite, custodite, protette, si disfano.

E tuttavia proprio in queste emergenze le parole non periscono, piuttosto migrano.”
“Si parla dei media, della televisione: capita che la televisione annulli l’ascolto perché è implacabile, non fa ascoltare il silenzio e quindi non può sorgere la domanda: “è vero?”.

Non è facile rispondere alla domanda di Natoli, ma è sicuro che oggi le persone possono afferrare le parole.

Basta guardare da vicino chi usa un ormai consueto iPad per vedere come le parole si compongono, mediante l’uso delle mani, le lettere si snocciolano tra le dita andandosi a collocare dove si vuole, alternandosi o a volte sostituendosi tra loro.

Le parole poi, possono essere ingrandite, spedite, distribuite in forma pubblica o privata, mirata a gruppi determinati o pubblicata in un batter di ali.

L’uomo sembra così essere ritornato padrone delle proprie parole e mediante esse si confronta o si scontra, con gli individui che condividono il suo ecosistema e tuttavia bisogna fare attenzione al fatto che, l’estrema facilità con cui si può fare tutto ciò, non si risolva in una “illusione di potere” per dirla con Philip Dick.

Da un lato è infatti indubbio che l’uso di una applicazione come ebook author, recentemente messo sul mercato da apple, permetterà con grande facilità di creare un libro elettronico, così come è altrettanto facile che si possano a brevissimo avverare le previsioni del manager di Amazon che ha dichiarato che fra chi scrive e chi legge non serve niente e nessuno.

Dall’altro è però vero che colossi come Google e Amazon, nel facilitare le operazioni di pubblicazione azzerano la concorrenza distribuita dei tanti editori nazionali e locali piccoli e medi, tendendo a posizionarsi come grandi monopoli della editoria e della cultura.

Con un doppio negativo effetto:
- il primo e più importante anche se non immediatamente percepito è la sottrazione di spazi democratici e critici per la cultura e l’espressività. Google intercetta più del 80% dei contenuti presenti su internet, ma sappiamo che è uno spazio nato per fare business e non democrazia e anche esso, come la televisione di Natoli finisce per diluire la parola in un mare di rumore fino ad annullarla, rendendola introvabile. Filtri e meccanismi di censura elettronica poi sono in grado di fare il resto e cioè spegnere una voce o peggio non farla sentire.

- il secondo effetto negativo è quello del danno economico prodotto al tessuto editoriale locale il quale, seppure non abbia tardato a convertire la propria produzione in digitale, finisce per rimanere schiacciato dalla facilità di acquisto, dalle promozioni ma anche dall’assuefazione dei lettori che
tendono a riferirsi sempre alle stesse fonti anche perché in Amazon o in google qualcosa si trova sempre;

Rispetto a questo scenario la politica dovrebbe fare meno fatica a dare per assunto che il processo di “migrazione” della parola, non solo è irreversibile ma è già parecchio avanti come dimostra la notizia recente che la antica e prestigiosa Enciclopedia britannica chiuderà il prossimo anno l’edizione cartacea per lasciare solo la versione on line.

D’altronde la concorrenza di wikipedia si è fatta agguerrita e tutti gli studenti (soprattutto i cosiddetti nativi digitali) passano con un click dalla ricerca di scienze ai personaggi dei Manga giapponesi leggendo avidamente e imparando a memoria i contenuti.

Ebbene si, i giovani grazie a internet leggono, si incuriosiscono e approfondiscono e si impongono anche una certa precisione, stante la facilità con cui è possibile far tana al pressappochista di turno.

Il mondo della cultura (e della politica) tuttavia, fa fatica ad affrontare il tema e rischia di arrivare ad accettare la sfida quando ormai i fuochi della battaglia saranno già spenti e la cultura, le parole, sia quelle frivole che quelle profonde, avranno preso la loro strada sfuggendo forse al controllo della politica (cosa non negativa) ma non certo a quello dei grandi trust della conoscenza.

Ancora oggi in Italia le istituzioni hanno un atteggiamento benedettino nei confronti della cultura e dei libri: conservano il passato per tramandarlo a futura memoria, per renderlo leggibile ai posteri.

Presi in mezzo fra passato e futuro si lascia fuori il presente e ciò forse per mancata consapevolezza dei fenomeni, ma anche per mancanza di coraggio.
Innovare presuppone il coraggio di far saltare gli schemi su cui si è poggiata finora la cultura del paese che, numeri alla mano, non ha certo dato il meglio in termini di competitività di sé sul piano generale; se poi valutiamo la straordinaria dotazione di beni culturali e la facilità che avrebbe il capitale umano di confrontarsi con l’universo delle opere d’arte che abbiamo in Italia, allora la gestione assume tratti davvero tristi.

Ma la politica dovrebbe trovare il coraggio anche di capire che intervenire è possibile: i politici, per troppo tempo assuefatti dalla percezione della immodificabilità delle sorti dei paesi, decise chissà dove, assumono spesso l’espressione e l’atteggiamento quasi pietrificato di una Didone affranta che “conosce i segni dell’antica fiamma” e lascia partire Enea poiché mosso dalla volontà del Fato.

Certo oltre al coraggio servirebbero i fondi poiché di progetti ce ne sono ma il fatto è che se Robert Darntdon ha potuto digitalizzare 18 milioni di libri per costruire un contraltare pubblico a google libri e ad Amazon, avrà di certo inseguito un sogno e una passione, ma di certo di fondi a isposizione ne ha avuti.

I fondi per la cultura per l’Italia latitano, pochi da parte del ministero e per lo più ingabbiati in partite di bilancio iscritte da decenni nelle
solite poste, a cui si aggiunge la grave difficoltà che ha l’Italia nel accedere ai fondi europei in questo settore.

In questo quadro regioni e città sono lasciate sole a piangere la crisi dei settori tradizionali, a gridare che gli investimenti in cultura producono ritorni pari a circa sette volte il capitale iniziale, a scommettere su progetti e idee e soprattutto a riempire documenti e comunicati di buone intenzioni.

Sull’innovazione invece il discorso è diverso, l’Italia fa molta fatica a imporsi sul tavolo dei fondi comunitari e l’agenda digitale messa in campo dal governo non sembra brillare per idea di futuro eccettuata qualche confusa idea sull’effetto miracoloso che dovrebbe avere l’adozione degli open data nell’economia ICT.

Ma è possibile che non si capisca quanto sia naturale seguire il filo delle cose fin qui dette e che in tanti diciamo tutti i giorni?

Unire le tanto magnificate condizioni di partenza del nostro paese in tema di cultura con la necessità di rompere gli schemi e le gabbie incrostate e con i fondi per l’innovazione che mandiamo perduti?

Appare evidente come l’Italia debba far correre il cavallo dell’innovazione e sopra il cavallo debba esserci la Cultura, a patto tuttavia che essa sia capace di cogliere tutte le opportunità che oggi derivano dal digitale e dall’incontro con i grandi network sociali e culturali.

Per cambiare dovremmo anche porre attenzione a evitare investimenti in sovrapposizione a quello che i privati già fanno agevolmente e mi riferisco alle molteplici immagini che, di ogni città, abbondano su Flickr alimentato dalla passione degli amatori e dei professionisti che provvedono ampiamente a qualificare una offerta turistica forse ancor meglio e più efficacemente di quanto possa fare un servizio pubblico.

Il lavoro da fare per le istituzioni é semmai quello di alzare l’asticella della qualità, stimolando così l’attenzione degli studiosi, dei professionisti, degli architetti, dei restauratori, così da riappropriarci del ruolo che ci compete per storia e tradizione: tornare a essere una fabbrica di cultura.
Se riusciremo in questo, i tanto perseguiti numeri di visitatori arriveranno da sé.

Ecco allora che la madre di tutte le parole diventa “cambiare”.

Senza la voglia di cambiare, sul cavallo dell’innovazione finiremmo per metterci una cultura morente come El Cid campeador, legato da morto e lanciato al galoppo contro le truppe musulmane per dare al nemico l’illusione che fosse vivo e combattivo.

Oggi abbiamo chiamato a convegno diverse persone di alto profilo e che nutrono grande passione per i propri progetti e per il proprio lavoro, che è fatto di sfide continue.

A tutti loro, che ringraziamo, vogliamo chiedere di aiutarci Non già a disegnare le criticità che rendono difficili le realizzazioni, Non a fare una ulteriore analisi del contesto, che come ha detto ieri sera Marc Augè qui a Perugia di analisi se ne fanno fin troppe.

Augé ci ha detto che ora di tornare a credere nell’avvenire e nel potere delle idee di cambiare le cose, si potrebbe cominciare da qui.